Il Carnevale secondo Lorenzo Viani

Sulla piazzetta dell’Olmo, nodo stradale della vecchia Viareggio, l’olmo non c’è più, né coi turbini tenzona. Piccola piazzetta con una chiesina in un angolo che si apre al culto soltanto il giovedi santo per la visita dei sepolcri, e una «veglietta» in cui si veglia e si balla a un tiro di schioppo dai passaggi a livello, oggi inchiavardati perché su di essi zampa, coi piedi elefantini, un cavalcavia lungo come la fame (il cavalcavia dei sospiri pei pedoni) che per ridursi nel centro debbono fare la spola fra i ruderi dell’antica torre della Matilde e il basamento della nuova.

La vecchia Viareggio per prendere contatto con la sua figlia legittima, la Viareggio nuova, deve fare una lunga penitenza, e per vedere il corso mascherato, nato anche quello nei suoi borghi desolati, dovrà invidiare le ali alle mosche.

Scomparso anche dalla piazzetta dell’Olmo, «Radicchio» un vecchio vetturino che ai tempi dei tempi impaludava di coperte vistose le due brenne che aveva e le portava al corso mascherato cavalcando la più bizzosa. E scomparsi i trascurati «Zeghite» e il «Pretore», il primo assiso sempre su una panchetta in piazza dell’Olmo e il secondo seduto su un carretto in cui stava grave come Pilato, sempre fermo in piazza Pacini.

A quei tempi non usavano i grandi carri, né le maschere isolate; allora era tutto un baillame di carrozze infioccate e di mascherotti grotteschi dipinti nel viso con l’unto della padella o col bianchetto che soleva darsi alle scarpe di sugatto. Quelli che non volevano aggrottarsi il viso con del bitume colorato prendevano un testone di carta pesta a nolo dai sottobanche delle «Billet», le più antiche noleggiatrici di attrezzi carnevaleschi.

I testoni erano di ciuco, d’orso, di bove, di lupo, di coccodrillo, di cane. Come era strano vedere un ometto, un impiegatuccio vestito di rigatino con un cravattino di velluto, con un paio di scarpette di pelle bazzana il quale si era messo sul capo, come un elmo, una testa di lupo che gl’inghiottiva del tutto la sua, scialba e mortificata. L’impiegatuccio si industriava ad imitare l’urlo del lupo e s’udiva invece il miagolio di un gatto a cui sia rimasta la coda tra l’uscio e il muro.

Qualche scavezzacollo si poneva sul capo il testone di un ciuco a orecchi pendenti come le foglie dei cavoli quando hanno sentito i primi brezzoni dell’inverno e imitava, con un cartoccio in bocca, il raglio del paziente animale e talvolta tirava anche dei calci a gente di pari suoi che con dei ritagli di trucioli si erano fatti il manto di una scimmia e camminavano carponi come i quadrumani.

Nel trambusto e nel pigia pigia, era divertente udire per esempio un asino che dava del codardo a un lupo, come ai tempi degli animali parlanti, e asino e lupo azzuffarsi e pestarsi fino a che non correva una scimmia a dividerli.

A quei tempi non usava il concorso della canzonetta ufficiale, ognuno cantava la sua che improvvisava a seconda dell’estro e del vino che aveva tracannato. La banca comunale faceva servizio sotto il grande platano centrato nella piazza Alessandro Manzoni, quel piazzoncino che è davanti al palazzo comunale, comunemente detta «piazza del Mirto».

Uno dei primi carri che fece ingresso trionfale nella via Regia, da cui è derivato presumibilmente il nome di Viareggio, fu un carro autentico da contadini, a due ruote, con la forca confitta sul giogo a cui erano sacrificati due bovi dalle muragne infioccate di rossi pendenti, una specie di carro di Tespi (quello antico s’intende) che trasportava una botte capace di una decina di barili, mezzo piena di vino padronale; una decina di bifolchi sbottavano con dei boccali e si abbottacciavano il corpo di vino cantando una certa loro laude al padrone:

«Evviva il padron,
evviva il padron,
che ci ha dato del vin bon».

La barbarica canzonetta era accordata con imbuti e pivere e la botte percossa con un bacchio faceva da gran cassa. Il carro apparso improvvisamente dalla campagna sulla piazzetta dell’Olmo poté fare in pace tutta la via Regia, fino al piazzoncino Pacini, dove le carrozze, le persone e i carri, retrocedevano per ritornare in piazzetta dell’Olmo, ma al ritorno, asini, orsi, coccodrilli e cani (testoni di cartone animati da bevitori di prima potabilità) dettero l’assalto al carro e i bifolchi dovettero scendere a patti perché la botte minacciava di essere sfondata.

A quei tempi non usava il concorso della canzonetta ufficiale, ognuno cantava la sua che improvvisava a seconda dell’estro e del vino che aveva tracannato. La banca comunale faceva servizio sotto il grande platano centrato nella piazza Alessandro Manzoni, quel piazzoncino che è davanti al palazzo comunale, comunemente detta «piazza del Mirto».

Uno dei primi carri che fece ingresso trionfale nella via Regia, da cui è derivato presumibilmente il nome di Viareggio, fu un carro autentico da contadini, a due ruote, con la forca confitta sul giogo a cui erano sacrificati due bovi dalle muragne infioccate di rossi pendenti, una specie di carro di Tespi (quello antico s’intende) che trasportava una botte capace di una decina di barili, mezzo piena di vino padronale; una decina di bifolchi sbottavano con dei boccali e si abbottacciavano il corpo di vino cantando una certa loro laude al padrone:

«Evviva il padron,
evviva il padron,
che ci ha dato del vin bon».

La barbarica canzonetta era accordata con imbuti e pivere e la botte percossa con un bacchio faceva da gran cassa. Il carro apparso improvvisamente dalla campagna sulla piazzetta dell’Olmo poté fare in pace tutta la via Regia, fino al piazzoncino Pacini, dove le carrozze, le persone e i carri, retrocedevano per ritornare in piazzetta dell’Olmo, ma al ritorno, asini, orsi, coccodrilli e cani (testoni di cartone animati da bevitori di prima potabilità) dettero l’assalto al carro e i bifolchi dovettero scendere a patti perché la botte minacciava di essere sfondata.

Queste vetture quando transitavano di sotto ai terrazzi «buoni» erano messe sotto un fuoco di coccole di ginepri e confetti gessati, e quando passavano di sotto alle finestre delle case così così erano mitragliate di raffiche di granturco sgranato.

Le autorità, il sindaco, i consiglieri, la giunta, e le rispettive famiglie, con quelle del cursore, del camarlingo, dello speziale e del cerusico si raccoglievano nella loggia del palazzo della sovrana (anch’oggi ariosa sede del Comune) una loggia sfogata, altissima, tutta sostenuta da colonne di blocco, fiorite di capitelli coi riccioli all’imperiale, poggiate su dei dadi di marmo collegati da una balaustrata che pare d’avorio.

Tutta quella gente altolocata gesticolava con la discrezione dei piccioni in gabbia. Su certi cappelli tanto lustrenti che parevano di lamiera verniciata a fuoco, le granturcate ci tamburellavano sopra come la grandine su di un vetro. Tutta quella gente altolocata non poteva rispondere alla granguola aureata con i faglioli bianchi e rossi che servivano per le votazioni consiliari e dovevano controbattere il mitragliamento con delle caramelle saccarinate che richiamavano sotto il verone municipale una turba di ragazzi scavezzati che, per i bozzati della facciata, salivano fino sulla terrazza per chiappare al volo i dolciumi.

Sull’imbrunire gli animali utili all’uomo, i bovi aggiogati al carro, i cavalli attaccati alle carrozze, gli asini col basto, portavano al loro docimicilio i bifolchi, gli automedonti, e i cavalcatori, senza chiamate di briglia o di sperone, ché, automedonti, bifolchi e cavalieri erano come nel pallone dal tanto vino tracannato.

Rincasavano anche quegli uomini che avevano preso a nolo i testoni di cartone, ed era curioso ascoltare il dialogo tra un ciuco e un orso o tra un coccodrillo e un cane.

Diceva l’orso al ciuco:

«Silenzio che siamo vicini a casa».

E s’udiva la voce della moglie di quello immascherato a orso che urlava, angosciata quasi, ai casigliani:

«L’ha veduto nessuno oggi il mio marito?»
«Era sul corso immascherato a orso».
«A orso? Appena che viene a casa gli attacco la pelle a un gancio».

(brano tratto dall’articolo “Dov’è nato il Carnevale” dalla rivista “Nuova Viareggio Ieri” , N.1 febbraio 1992)