Il Carnevale di Mohács

Mohács, la porta meridionale sul Danubio, è una città contraddittoria legata a una delle giornate più tristi della storia ungherese e, oggi, a uno dei più spettacolari Carnevali del Paese.

Sui manuali di storia ungherese il nome di Mohács è legato alla giornata del 29 agosto 1526, data in cui l’Ungheria finì, a seguito di una cruenta battaglia, sotto il dominio dei turchi per 150 anni. L’eroismo del popolo ungherese, in lotta contro i turchi per la difesa de culto cristiano, è stato finalmente riconosciuto dagli Stati europei: questo simboleggia il significativo altare di alabastro che si trova nella chiesa commemorativa in stile bizantino, innalzata nella piazza centrale della città (piazza Szechenyiter). “Il pericolo di Mohács”, come viene ricordata la triste giornata, è oggi immortalato nel museo Kanizsai Dorottya.

Mohács è uno dei principali porti commerciali sul Danubio ed è una città dove convivono croati, serbi, sloveni, slovacchi. Proprio le minoranze etniche danno vita ad ammirevoli forme di arte popolare. Il Carnevale è l’evento più spettacolare e importante dell’Ungheria. Notevole lo sfondo storico di questa manifestazione, chiamata busójárás (o anche poklada), antica festa popolare di origine serba, con maschere terrificanti di significato propiziatorio, oggi diventata un’attrazione turistica. In piazza Kóló si radunano i busó, uomini mascherati che raggiungono la piazza principale di Mohács al colpo del cannone. I gruppi di busó sono divisi secondo la rispettiva “arma” posseduta: il cannone, la ruota del diavolo, il carro, il corno, il trogolo, la barca etc. Con gran frastuono queste maschere festeggiano il Carnevale lungo la riva del Danubio e nelle vie adiacenti; poi, all’mbrunire, tornano sulla piazza principale e, attorno a un gran falò, improvvisano giochi e scherzi per i presenti. Ma il popolo di Mohàcs festeggia anche il martedì grasso: sulla piazza principale della cittadina si fa un gran falò e si brucia la bara che simboleggia la stagione invernale; in questo modo si dà anche il benvenuto alla primavera.

Proprio al periodo della dominazione turca risale l’origine di questa festa popolare. Secondo la leggenda, gli antichi abitanti di Mohács, costretti a ritirarsi nella palude, ad un certo punto si ribellarono: indossarono maschere terrificanti, attraversarono il Danubio e a notte fonda, con strumenti improvvisati, fecero un gran baccano che mise in fuga i turchi. Una leggenda destinata, purtroppo, a non avere un fondamento reale. Vero è, piuttosto, che la cittadina di Mohács si liberò dal giogo turco nel 1687 e numerosi serbi si stabilirono in questa zona soltanto dieci anni dopo. Molto probabilmente furono proprio i serbi a introdurre questa usanza derivata dai Balcani, loro terra di origine. In ogni caso, le prime notizie e menzioni del Carnevale risalgono alla fine del XVIII secolo.

Le maschere di un tempo erano molto simili a quelle dei nostri giorni, costituite da una pelle di montone chiusa con una cintura e un campanaccio penzolante, calzoni larghi imbottiti di paglia, ciocie come scarpe. Per fare baccano viene usata una raganella o una clava di legno. La maschera è invece intagliata nel salice, dipinta come da tradizione con sangue di animali e con un cappuccio di pelle di montone. I mascherati, detti appunto busó, sono scortati dai jankele, che tengono lontani da loro curiosi e bambini; hanno sacchi pieni di cenere o farina, oppure di stracci o segatura. Anticamente i busó visitavano tutte le case di Mohács, facendo auguri e praticando magie. Non poteva mancare, ovvio ricambio per la circostanza, l’invito da parte del padrone di casa a mangiare e a bere.

Articolo di Cecilia Martino; fonte: Stile.it.