Il Carnevale più amato da Mario Tobino

Nel suo “Sulla spiaggia e aldilà del molo” Mario Tobino racconta il glorioso carnevale del 1924, quello del carro di “andasti, o giovinastro, al gran veglione”.

Il Carnevale di Viareggio da me amato, il felice, il glorioso, fu questo del 1924, dell’Andasti, o giovinastro, al gran veglione.
Il carro dell’Andasti, o giovinastro, al gran veglione era grande come una casa. In cima, lassù, giaceva un giovanotto felicemente esausto dalle gioie della vita. Un bel giovane, lassù, in cima al carro, nel cielo di quella primavera, era riverso in una poltrona; era rivestito di uno smoking, abito a quel tempo portato soltanto dai signori. Il giovane era appena tornato dal grande veglione, quello di colore, dove si era abbandonato a ogni bagordo, ed era caduto in un sonno pieno di incubi, credeva di essere all’inferno, precipitato nella punizione dei peccati.
Infatti ai due lati della poltrona, digradando come da una fontana le cascatelle, c’erano appunto i diavoli, il tridente in mano, a rappresentare il sogno del giovanotto, e gli cantavano una canzone che elencava i suoi innocenti misfatti.
Dei «tremendi draghi», lunghi e irsuti i colli, le bocche con gli aguzzi denti, la lingua viperina, gli occhi di incendio, si dilatavano dalla base del carro. Mentre il carro procedeva, i draghi si snodavano sopra la folla, spalancavano le ganasce, vomitavano vampa di fuoco e fumo.
La canzone cantata dai diavoli sottointendeva la storia del bel giovanotto. Era facile per i viareggini capire che si raccontava di un figlio di marinai, pieno di forza e salute. Nato a Viareggio, dove la natura non è affatto severa, dove la spiaggia blandisce e nell’estate arrivano donne belle da tutto il mondo, aveva presto capito che era stupido usurarsi i muscoli servendo la marina mercantile. Chi non ha navigato crede che il marinaio sia un essere diverso, occupato in un lavoro malioso. Invece è anch’egli dominato dagli affetti, è geloso della moglie, ha nostalgia del proprio paese, la vastità del mare invita la fantasia a suscitare scene dolorose. Ed è lunga la fatica per caricare e scaricare nei porti.
Questo giovinastro del carro carnevalesco invece era stato astuto, non c’era cascato. Da ragazzo il padre l’aveva portato a bordo per avviarlo al mestiere e per alcuni mesi aveva sopportato la condizione di mozzo, ma, ritornato a terra, aveva testardamente dichiarato che non voleva più navigare, non gli piaceva; sarebbe rimasto a casa, avrebbe fatto il bagnino, il pescatore, il parassita, ma la schiavitù del padre non l’avrebbe ripetuta. Il giovanetto aveva capito che fra tutte le disgrazie c’era la fortuna di esser nato a Viareggio, che è una benevola dea.
Nel suo proposito era stato aiutato dalla madre che non voleva che quell’unico figlio finisse come il marito, si ripetesse la triste vicenda: un giovane sposo trionfante di forza e poi lentamente liso e torvo per la maledetta navigazione, mentre la moglie è sempre ad aspettare e a rimaner fedele. La madre non voleva che il figlio si sciupasse come il padre.
Erano passati cinque o sei anni il ragazzo, sfaticato, era diventato il «giovinastro», quello sul carro, un emblema. La canzone era il coro che scende dall’alto, la dicevano i diavoli ma sotto c’era l’indulgente mormorio dei vecchi, di chi conosce il futuro, degli esperti, i quali pacatamente constatavano che dietro il giovanotto c’erano generazioni di servi, lui per la prima volta si liberava, gli era capitato in sorte di aprire temporaneamente le ali. Ma non c’era da temere, la gioventù presto si sarebbe dilapidata, anche lui si sarebbe dovuto piegare, intristire nella fatica. Lo si perdonasse dunque, lo si compatisse, sarebbe tornato alla catena, era una momentanea scapestrataggine.
Il canto detto dai diavoli, la musica, aveva qualcosa di una nenia dentro una cattedrale, una canzone lenta, le parole scandite, simile a un canto gregoriano.
È una canzone che cantai da giovane, insieme agli amici, nell’ebbrezza dei veglioni. Tante volte, poi, l’ho ripetuta, da solo, con la nostalgia del tempo passato.
Dal primo verso, poiché richiamava il soggetto del carro, in seguito la canzone automaticamente prese il titolo: Andasti, o giovinastro, al gran veglione. Il gran veglione era quello dl colore, il più sontuoso, dove era obbligatorio che le dame fossero adornate dei colori prestabiliti: bianco e nero, oppure rosa e celeste, viola e oro. Si entrava al Politeama, il grande teatro di Viareggio, e si contemplava un muoversi voluttuoso della bellezza femminile avvolta in sete così dipinte; a ogni ondeggiare di gonna, a ogni frusciar di corsetto, balenavano uno o l’altro colore,a tratti tutti e due si univano, due misteri in uno.
Quella memorabile notte del veglione di colore fu densa di fatti, di incontri, di avventure, di conquiste, di completa ebbrezza. «La contessa con la figlia», due aristocratiche, appena videro il bel giovanotto, gli fecero l’«occhio di triglia», languido e lucente, cercarono di interessarlo, l’avrebbero voluto tutto per loro. Il «giovinastro» fu sensibile all’omaggio, anzi si emozionò, perse la testa, infine era figlio di poveri marinai, lui stesso poco tempo prima era mozzo, e gli rispose con un inchino così impetuoso da mettere a rischio la spina dorsale. I diavoli maliziosi glielo ricordano: per salutare «ti troncasti quasi in chiglia», gli fanno un paragone marinaro, quando il bastimento nella tempesta ha sorpassato un’onda e precipita nel buio così a capofitto da sottoporre alla massima tensione la chiglia, la nervatura centrale. I diavoli che cantano sugli spalti del carro sono ridanciani, beffeggiatori, mettono i puntini sugli i, illuminano le debolezze degli uomini, i peccati.
Non si sa cosa successe con le due donne, se quella notte stessa, se ci fu un accordo che forse l’ebbrezza cancellò dalla memoria; la canzone lascia libero il campo alla fantasia, e tratta di successive donne: «… la Bebé tutta ritinta / ce la fece a darsi vinta. / Lo ricordi? E trallallà…». La Bebé in precedenza aveva fatto la restia ma quando si accorge che il bel giovanotto è bramato dalle contesse, molla tutte le vele.
E il coro, quei diavoli (che spesso incrinano di tenerezza il loro pungente motivo) abbandonano la Bebé e condensano in un verso i profumi e i piaceri del carnevale, un verso che tra i poveri invernali casolari divenne celebre: «Con tutte le cocotte tu danzasti». Con tutte, non ne trascurò nessuna, ebbe braccia per tutte, e tutte lo amarono. E nel fondo della notte non ci furono limiti, il giovinastro diventò raffinato, usò il silenzioso indugio, il lento svelamento: «… un neo scopristi sotto il seno / al pagliaccetto rosa che portasti / nel salottino verde al pianterreno».
E i diavoli, col tridente in mano, vengono al patetico, all’intimo, al familiare, accennano alla Morina, alla fidanzata, quella che diventerà la paziente compagna della sua vita.
A Viareggio i mesi invernali sono lunghi, deserti; il giovinastro si era fidanzato con la Morina, una ragazza del popolo, delle sue condizioni. La Morina aveva cura di lui, era paziente e fedele, mitigava i suoi bollori, gli bagnava la fronte quando in certe sere si ubriacava. Nei giorni di festa lo invitava a casa sua, gli preparava i «tordelli», quel piatto completo e prelibato che dimostra l’arte della massaia. Il bel giovanotto faceva onore a quei tordelli, «ne mangiò una dozzina», cioè, ne mangiò di più, ma il poeta per necessità di rima indica quel numero. E poi, cosa succede? Arriva il Carnevale, il giovanotto si dimentica tutte le amorevolezze e come un eroe si getta nella battaglia. Lei, «si lamenta, poverina». Il coro, i diavoli, lungo i gradini del carro, narrano la vicenda, come lei soffrì, lo aspettò, fosse pronta a comprenderlo, a perdonarlo. I diavoli sanno tutto, sanno il futuro, nelle modulazioni della voce già avvertivano che il giovanotto presto sarebbe tornato alla fidanzata, ci sarebbe stato lo sposalizio, ma intanto lo rimproveravano, lo rampognavano, lo richiamavano alla realtà. Lui era povero e il Carnevale era finito; tra poche ore si sarebbe risvegliato e che avrebbe trovato? La fidanzata piangente lo avrebbe presto perdonato, ma i creditori? In quei giorni di Carnevale aveva speso, ordinato, comandato, era stato prodigo, i camerieri di fronte alla sua baldanza l’avevano ubbidito. Ed ora, i creditori, «chi li paga? E trallallà!…».
Sì, sarebbe stato bello, sarebbe stato giusto che anche lui avesse diritto alla gioia,alla spensieratezza, al trionfo della anarchica gioventù; ma lui era povero, doveva mettersi a lavorare, non c’era altra soluzione,per quel Carnevale, vada, anche loro diavoli lo perdonavano, era stato il gioioso vento della gioventù, ma ora doveva mettere la testa a partito.
I draghi intanto agitavano le loro teste inferocite sopra la folla e gettavano dalla bocca fuoco e fumo. All’avanzarsi del carro ogni persona si scostava e diveniva più attenta, guardava con più simpatia e acutezza il bel giovanotto in poltrona e aveva desiderio di distinguere ogni parola che i diavoli dicevano.
Fu questo il più bel Carnevale che io mi ricordi, il più sincero, in addio a tutto un periodo. Lungo il grande viale Margherita, carri grandi e piccoli, mascherate di gruppo, mascheroni isolati, si snodavano in un corteo variopinto di tutte le sete. I grandi mascheroni si muovevano,sbattevano le grosse labbra nella risata, invitavano alla gioia, soddisfatti budda portati in trionfo. Le miriadi di teste che si scostavano al loro passaggio anch’esse si entusiasmavano, partecipavano alla follia.
Intanto il giovinastro, sazio di tutti i piaceri, sul suo imperiale cocchio percorreva il viale Margherita. Sei paia di buoi bianchi, sulla schiena una drappella azzurra, gli aprivano la via tra la folla come una prua nel mare disteso e ruminando pacifici, disinteressati a ogni vicenda, parevano avvertire che la vita è così inestricabile di mistero che la semplice saggezza è dedicarsi alla propria immediata felicità.