Il Carnevale secondo Alberto Bevilacqua

Un Articolo scritto da Alberto Bevilacqua e tratto da «Il Carnevale di Viareggio», A.Mondadori, 1988.

Il Carnevale esplode con una potenza memorabile soltanto in luoghi e contesti dove il senso scenico della vita, il culto della scena madre – allegro o drammatico – sono da sempre insiti nella natura e nell’indole degli abitanti. Viareggio non fa eccezione, anzi. Se si scorrono gli avvenimenti che si sono verificati sui lidi viareggini nella storia dei secoli, si resta con la suggestione di una gran commedia o di un’opera lirica.
Potrei citare a caso.
Penso alla notte del 23 febbraio 1548, allorché due misteriosi cavalieri sostarono nella locanda di Viareggio. Erano Bebo e Cecchino da Bibbona, i due sicari assoldati da Cosimo de’ Medici, il futuro Cosimo I, per far assassinare il cugino Lorenzino, che si trovava a Venezia. Il delitto fu compiuto, in realtà, due giorni dopo, il 25 febbraio, e Lorenzino venne trucidato mentre si recava verso il palazzo di Elena Barozzi, la sua donna amata.
Che c’entra, col Carnevale? C’entra: come, del resto, vi ha qualcosa a che vedere l’avventura dei marinai viareggini che, un tempo, andavano a pesca di delfini, non per mangiarne la carne fresca, ma per preparare il gustoso «musciame», cibo appetito dalle famiglie che, salutando le imbarcazioni in partenza da Viareggio, agli auguri di «buon viaggio» aggiungevano la ripetuta raccomandazione: «Non vi scordate il musciame!». L’uccisione del delfino, cordiale e meraviglioso simbolo marino, capace di squittii e lampi d’intelligenza nello sguardo che hanno qualcosa d’umano, spargeva sulle acque una sanguigna distesa che scatenava un profondo senso di colpa. Si era di fronte a un vero e proprio sacrificio, tanto che il cuoco di bordo, il più vecchio della ciurma, si inginocchiava e piangeva, delirando di superstizione perché – a suo dire – uccidere i delfini era segno di cattivo presagio e di prossima tempesta.
Nei due esempi accennati, non avvertite un profumo, acre, di Rigoletto e di Trovatore? Di lirica verdiana, coi suoi sicari intabarrati nella notte e i suoi sacrifici rituali, le sue stregonerie da Azucena? Nel cuore di Viareggio, il Carnevale (la sua scena esplosiva) si manifestò sotto un’urgenza recitativa e musicale. E per chi pretende un definizione, eccola: il Carnevale di Viareggio è, mille volte, melodramma, e non solo quello verdiano-drammatico, ma anche l’altro, legato all’opera buffa, ad esempio di stampo rossiniano. E in proposito va ricordato il gusto francese per gli spettacoli di ampie proporzioni che darà vita al Grand-Opéra, percorso da un’inquietante modernità e pieno di sottili allusioni sensuali; ugualmente mi piace sottolineare l’architettura possente delle «carnevalate» viareggine, che non rinuncia alla sua fondamentale concezione classica del teatro, facendo convivere vari momenti psicologici: nostalgia per il passato, tentativo (non privo di ironia e spirito eversivo) di adeguarsi al presenta, visione tendenzialmente negativa del futuro.
Queste considerazioni mi fanno concordare con chi sostiene che la rappresentazione di cui stiamo trattando simboleggia l’arte del grottesco, nonché il mondo delle Tenebre (poiché, in effetti, il Carnevale si colloca in un periodo ciclico di quaranta giorni nel corso del quale la leggenda vuole che gli spiriti lascino il mondo delle Tenebre ed errino sulla terra: per proteggersi da loro bisogna travolgerli con il personaggio allegorico dell’Uomo Selvaggio e portare delle maschere). L’aspetto oscuro, in cui risiede il concetto della Notte, negazione della luce e dei colori, è un centro focale di tutto il melodramma, il quale non esisterebbe senza l’obbligo di esorcizzare il nero che lo insidia e lo assedia, racchiudendo il senso di un fato che, in partenza, è sempre avverso, se non addirittura inesorabile. Ebbene, il melodramma ottiene il suo l’esorcismo attraverso le arie e il fraseggio cantato, mentre il Carnevale fa leva sulle maschere che equivalgono a quelle romanze, ai pezzi cantati per glorificare le scene memorabili.
Certo, oggi la cartapesta dei pupazzi trae motivo anche dall’attualità delle cronache più effimere, e durante la sfilata vediamo magari apparire Madonna, leonessa del rock, circondata da leoni più o meno rampanti. L’importante è che la maschera viareggina non perda il segreto dell’anima che soffia dentro i giganti di carta. Detta così, potrebbe apparire un po’ generica l’appropriazione di un’anima vivificatrice di dipinte parodie; ma le cose cambiano se, all’anima,si danno una natura e uno stile, come abbiamo tentato di fare noi, uscendo appunto dal troppo logoro con la Commedia dell’arte, per ricorrere a un parallelismo con il Melodramma.
Personalmente, preferisco quando gli eroi di cartapesta raffigurano episodi della Storia, e a volte fantastico, chissà perché, di un gran carro allegorico rappresentante «Mamma, li turchi!»: ossia quell’orda di corsari – turchi per l’appunto – che sbarcarono sulla spiaggia viareggina il 1° giugno del 1804, effettuando una scorreria nel territorio (l’episodio è narrato, nei suoi particolari, dall’abate Jacopo Chelini, in Zibaldone lucchese). Ritengo, infatti, che un Carnevale degno di tal nome sia sempre un’esposizione onirica che trascina, alla luce del sole, fantasticherie rimaste indelebili nel cuore viscerale delle tradizioni, negli atavismi della coscienza popolare. Per inciso, ho approvato le mascherate dei Carnevali veneziani allorché hanno tratto materia da secoli aurei. Tanto più la rappresentazione in figure della memoria collettiva si addice a Viareggio, città che possiede anche una grinta anarchica, e basterebbe – a farne fede – la nascita del primo gruppo anarchico nel 1893.
Il soffio dell’anarchia mi fa pensare al canale Burlamacca che, verso la fine del secolo scorso, unì e divise due mondi contrapposti: quello marinaro, delle darsene e dei cantieri, con popolani legati alla fatica più dura, e l’altro, del turismo selezionato: grandi alberghi affollati dalla nobiltà e dalla ricca borghesia italiana e straniera. Opto per il Carnevale che esprime gli estri popolari, e non posso tacere qualche punta di rammarico pensando a certi carri che, a volte, hanno creduto di fare il verso al birignao degli snob. Illusi! Rifar il verso a un birignao, significa cadere nello stesso difetto che si vorrebbe esorcizzare, senza alcun risultato i parodia. Stiamo addentrandoci in un discorso delicato, il quale ci sposta a una domanda di partenza, meno paradossale di quanto sembri: siamo sicuri che i personaggi pubblici «parodiati» oggi dai carri carnevaleschi, e la mente corre in particolare ai politici, siano degni di essere eletti a protagonisti di un Carnevale? Non stiamo parlando di titolarità morale, ma di quelle componenti di vis, divertita e divertente, che legittimano la trasformazione di un personaggio in maschera della sfilata.Troppo tetri, molti simboli viventi della nostra società, non offrono spunti gustosi alla satira carnevalesca. Appare subito chiaro che il sorriso che viene dipinto sulle loro facce di cartapesta è insincero, spesso un po’ funebre, e fa pensare ai «morti dipinti» tanto cari ai gusti americani. Bisognerebbe scartarli a priori, i tipi tetri del malinconico olimpo che passa per divismo. Che il Carnevale rappresenti soltanto figure pubbliche abitate, magari nell’interiorità non apparente, da un autentico spiritello (o, se non c’è di meglio, da un briciolo di umorismo involontario). Ora, sì, rischiamo il paradosso, tuttavia ci sentiamo di poter affermare che, a volte, la nostra società non è degna di un sano Carnevale, di servirsene da specchio.
L’invito a servirsi di spunti autentici, per quanto concerne sia i personaggi della cronaca sia le situazioni, impone la massima attenzione. Niente è peggio, infatti, di un Carnevale malinconico, e si può scadere nel malinconico anche essendo ripetitivi. Lo confesso: le sfilate senza fine che ci capita di seguire, alla TV, allorché l’Europa si collega via etere con il Carnevale brasiliano, sortiscono spesso l’effetto di un tedio assoluto. A renderlo sopportabile intervengono i prosperosi, ardenti corpi delle danzatrici, ma questa è altra questione. È terribile: nonostante gli splendidi colori, le musiche, le folle, il Carnevale brasiliano spesso mi annoia. La colpa? Di nessuno: quel popolo che mette in scena se stesso, infatti, è di fondo afflitto da saudade, e sfrutta il Carnevale per liberarsi di un opprimente senso del mondo, di un ritualismo nostalgico. E tutto ciò si vede vistosamente, emerge. Il Carnevale è una prova del nove con cui non si può barare, dunque; ecco la ragione per cui maggiore attenzione dovrebbe essere prestata al «racconto» delle storie che i carri simboleggiano, e alla regia delle sfilate. Perché non chiamare in causa begli spiriti che – ne sono certo – ci garantirebbero risultati eccellenti, e non condizionati dalla provincialità? Propongo, ad esempio, un Carnevale di Viareggio con la supervisione di Woody Allen. Che perfetta sintonia!Il Carnevale di Viareggio deve poter rappresentare, e implicitamente giudicare, il destino di un mondo che il pessimismo e la tragedia insidiano sempre più. Deve risultare un trionfante esorcismo: uno scoppio di gioia vera, di vera sensazione di star bene in questa vita, senza più smorfie occulte, con uno squillante sorriso del cuore.