L’inimitabile Carnevale di Viareggio secondo Mario Tobino

Non si può tentare un chiarimento sul Carnevale di Viareggio se almeno un poco prima non si tratteggia la storia del paese dove esso è nato.
Per secoli Viareggio fu un abbandonato padule, vi imperava la malaria e la morte; gli abitanti arrivavano appena al numero di quattrocento.
Viareggio apparteneva allo Stato di Lucca e i lucchesi sarebbero stati ben contenti se avessero potuto trasformare quella palude in porto, invece di essere costretti a servirsi della poco amata Livorno.
Arrivò infine una benedizione, dopo numerosi inutili tentativi.
Arrivò lo Zendrini, matematico della Serenissima Repubblica di Venezia. La storica data è: 1740.
Il matematico Zendrini giunse a Viareggio, meditò sul luogo, tradusse in disegno le sue idee o ordinò le «cateratte a bilico», quesgli sportelli ancora esistenti che si chiudono e aprono secondo il bisogno, come se nelloro interno si muovesse un gentile e diabolico folletto protettore.
Queste «porte» salvarono Viareggio, la resero sana, la malaria fu estinta, la terra cominciò a popolrsi.
Per meglio chiarire il benefico progetto dello Zendrini debbo ricordare che alle spalle di Viareggio c’è il lago di Massaciuccoli che comunica col mare per mezzo del canale Burlamacca.
Intorno al lago, per chilometri, a quel tempo si stendevano pozze, fosse, canaletti, luogo adattissimo per lo scatenarsi della malaria. Il lago di Massaciuccoli, quando cascano le piogge, si gonfi, si alza di livello e tenta di scaricare nel mare la sua abbondanza usando il canale Burlamacca.
Accade però che, contemporaneamente, il mare è agitato, gonfio d’ira, alte le onde, più alte del lago.
E allora non solo le acque dolci non trovano sfocio, ma le salate si immettono prepotenti nel canale, sovrastano, si riversano nel lago, e quindi altre pozze, straripamenti, ancora migliori le condizioni per il moltiplicarsi delle zanzare.
E allora, lo Zendrini come operò per trasformare quel luogo di miseria, di morte, nella attuale Viareggio, anche regina del Carnevale?
Prima di tutto foderò per diversi metri il canale Burlamacca in prossimità del mare; irrobustì di pietra e calce il fondo e le sponde. Lì infisse le due porte, le «cateratte a bilico».
Queste porte si aprono soltanto verso il mare, il loro massimo giro sui cardini è di novanta gradi; non possono di più spalancarsi perché c’è la parete del canale che lo impedisce.
Quando il mare è grosso e le onde vorrebbero per la via del canale invadere il lago, arrivano a queste porte e sono loro stesse a chiuderle.
Infatti le acque si spingono tra la parete e il battente, premono on quell’angolo acuto. Il battente comincia a chiudersi mostrando sempre più il dorso alle onde, che allora trovano maggior superficie su cui investire la loro forza. Presto le porte sono chiuse, tanto più ermetiche quanto più impetuose le onde.
Le porte del canale sbarrate, l’acqua del mare non può entrare nel lago.
Poi il mare ritorna calmo, il suo livello si abbassa rispetto al lago.
Allora sono le acque dolci che spingono i battenti, i quali dolcemente si aprono perché quello è il loro verso e perché, al di là, il livello è più basso. Le acque dolcemente defluiscono fino a che l’opposto livello sarà uguale.
Lo Zendrini non si limitò a questo: dette anche ordine di tagliare tutte le piante, mettere a nudo la terra, estirpare la selva, far chiaro, visibile, che ogni pozza e stagno fossero in luce in modo che tutto sicuramente scolasse nei fossi, i quali, a loro volta, si sarebbero versati nel canale Burlamacca. Questo nel mare.
Lo Zendrini inoltre raccomandò di prolungare le braccia del canale. Il mare aveva disposizione a ritirarsi, lasciando al suo posto la sabbia. Per contrastare la natura, i moli ogni anno dovevano spingersi verso il mare alto, fronteggiare l’avanzata della rena.
E lo Zendrini ripartì per la Serenissima sua Repubblica.
La terra fiorì, la malaria fu soffiata via. Viareggio cominciò a popolarsi.
Vi arrivarono gli inquieti, gli irrequieti, gli insoddisfatti, gli insofferenti di tutti i luoghi vicini.
Era un sito nuovo, non c’erano conformismi, la bigotteria non ci aveva radici; non esistevano nobili, non antiche famiglie intrise di superbia e di interessi, Furono tutti novelli, tutti fuggiti da qualche cosa, tutti con voglia di indipendenza, osare del nuovo, manifestarsi, ballare con la loro fantasia.
Sì, ma intanto la prima necessità era nutrirsi, lavorare, e davanti c’era il mare, che giorno e notte pareva chiamarli, invitarli.
I viareggini dapprima si adattarono a costruire piccole barche; dovevano limitarsi perché non avevano denari.
Le prime furono le «paranze», due barche, gemelle, che vanno insieme alla pesca; aprivano sul mare il fiocco e la vela latina, umili fratelli che si aiutano trascinando la rete.
Dirò in fretta, non posso troppo diffondermi; devo arrivare al perché del Carnevale.
Dopo le paranze i viareggini costruirono il «navicello» per trasportare il marmo della vicina Carrara. Poi il «trabaccolo» ancora per la pesca, ed ecco comincia il periodo glorioso, grandi barche, che divennero famose in tutti i porti, i «brigantini-goletta», i «barcobestia». Fortunato Celli, il famoso costruttore, inventò la «linea gallettata».
Ma intanto ecco che sorge anche una Viareggio balneare; d’estate arrivano i signori, si aprono gli ombrelloni sulla spiaggia, sorridono in costume da bagna belle fanciulle e maestose signore.
I viareggini non partecipavano certo alla vita lussuoso dei «bagnanti». I viareggini, quelli che non navigavano, che non erano calafati, maestri d’ascia, si limitavano a servire quei forestieri, a contemplare una vita tanto diversa dalla loro.
Quelli di Viareggio che rimanevano a terra – uomini e donne – quanto avevano da pensare alla loro gente in alto mare, nel pericolo, le onde d’improvviso furiose e con l’urlo della morte.
Quante madri, mogli, figli di marinai, quando intravedevano il mare cominciare ad agitarsi, eccole avviate, di solito avvolte da uno scialle nero, alla chiesa di Sant’Andrea per pregare la Madonne dei Sette Dolori, che proteggesse dal naufragio i loro uomini.
I viareggini – uomini e donne – che rimanevano a terra vivevano con molta modestia. Capitò dunque che, durante l’estate, si stupissero della vita lussuosa dei forestieri, dei villeggianti, che intanto proprio lì, lungo la spiaggia, si erano già costruiti ville e villette.
Così Viareggio matura, i marinai sono consapevoli della loro maestria, quelli che lavorano in darsena: calafati, maestri d’ascia, costruttori lo stesso.
E ora – siamo ai primi del Novecento – c’è anche lo spettacolo estivo dei signori; come i ricchi se la godono: i viareggini assistono alle loro raffinatezze.
La stagione estiva finisce, i villeggianti ritornano alle loro città, ecco i viareggini di nuovo soli, con il lavoro marinaro e il doloroso pensiero per chi è in mare, in lontani porti, nel pericolo, sempre la minaccia degli uragani.
È nel mese di ottobre – sono cominciate le piogge – che i viareggini, di nuovo soli con le loro pene, sono costretti a di più considerare il loro stato: iniziano le meditazioni invernali.
Nella recente estate i villeggianti hanno dimostrato come è piacevole vivere nel lusso, il mondo è bello, deliziosissima quella loro riviera.
Si accorgono i viareggini che anche d’autunno, d’inverno la natura è benigna, la spiaggia tenera, voluttuosi i tramonti.
Ma allora, perché non godersela anche loro per quel che potevano? In paesi vicini, di antiche tradizioni, prima della Quaresima si inventavano feste, che chiamavano giochi del Carnevale.
E perché loro viareggini no? Dovevano sempre pensare ai naviganti in pericolo, usare le mani e ogni possibile inventiva a costruire barche? Tra questi interrogativi scoccò di buttare all’aria tutto. Si accetti ogni follia, si goda quel che è possibile. Il vento del libeccio porti via ogni interrogativo.
I pietrasantini, quelli di Barga, di Siena uscivano in Carnevale, per le strade, mascherati, travestiti da orchi, da befane, da semivestite bellissime donne? Loro viareggini in più avevano un estro – l’avevano dimostrato a costruire bastimenti – e non erano impacciati da nessuna tradizione, da nessuna maschera di moda da secoli nel paese, erano liberi, nessun freno, avrebbero creato a modo loro; per di più in darsena avevano imparato a dar vita al legno, disegnare le prue, le poppe, pitturare le vele dei trabaccoli, le carene. Bastava cominciare.
Così fu. Crebbero rapidamente. Dopo le maschere piccole ci furono i pachidermi che ballano e cantano, ubriachi di frenesia, spensieratezza, malizia, gioia di essere al mondo. E i viareggini presto si sono accorti come è importante per il Carnevale la Passeggiata, che hanno il lungo rettilineo viale che costeggia il mare, parallelo alla riva. Lì faranno scorrere le maschere, i carri, indorati di sole; i mascheroni batteranno le rosse labbra, giganti che aprono le braccia e gridano, impongono: state allegri, tutto è gioco, la festa unica dea.
Un Carnevale nato dal popolo, da questo nutrito, abbeverato; un Carnevale sincerissimo, spontaneo, capace di elargire speranza ad ogni essere umano. E lavoravano tutti tra di loro, i viareggini che non navigavano – appena finita la stagione estiva, i signori partiti – lentamente coltivavano la voglia di creare le maschere, nuove maschere. Si formò una famiglia carnevalizia, furono sempre quelli che costruivano i carri, inventavano motivi, giudicavano quali erano le canzonette migliori da cantare. Il popolo, tutto, li seguiva, il più assoluto disinteresse, non si pagava un soldo per entrare in Passeggiata e assistere al corso. Ci furono dei carri memorabili: Le nozze d’oro di Tonin di Burio; Andasti, o giovinastro, al gran veglione; L’ultima follia del Carnevale che prende moglie, eccetera.
I creatori dei carri carnevaleschi erano le persone più comuni, mestieri modesti: che era muratore, chi imbianchino, calafato, maestro d’ascia, padrone di una botteguccia. E le famiglie di costoro, tutti i componenti partecipavano, collaboravano alla creazione delle maschere, dell’idea carnasciale, del motivo, dei particolari, al gusto speciale dei mascheroni in movimento, mascheroni che con l’andare degli anni sempre più si articolarono, fino ad arrivare a oggi che ogni parte del carro si muove, un essere membruto, gli occhi che ammiccano, la bocca che si sganascia nelle risate.
Come mai i viareggini lumeggiarono nelle barche e anche nel Carnevale? Forse perché popolo libero, tutti uguali, privi di nobili, di vecchi casati, di borghesia duramente conservatrice? Come non ricordare le «tre giornate» rivoluzionarie? Credo che fu l’unico paese in Italia a vivere per tre giorni come una repubblica indipendente, uno Stato anche se piccolissimo.
E insomma i viareggini crearono anche il Carnevale. Gli altri a bordo, a tu per tu con le onde, i venti, le minacce delle tempeste. Chi invece rimaneva a terra per le più svariate ragioni, chi aveva estro, voglia di inventare, raffigurare burlescamente la vita, si dedicò al Carnevale, ed era anche la via per abbracciare una gioia, riuscire a dimenticare,a fugare le tante pene che guastano i poveri uomini. E peccato che nel periodo più autentico, glorioso del Carnevale viareggino – all’incirca dal 1900 al 1940 – non c’era la televisione! Ché, allora davvero sarebbe stato un documento eccezionale cosa può inventare un popolo senza vincoli, figlio solo della bella natura, del mare, di una spiaggia, di un cielo che le Alpi Apuane rendono più del solito limpido. Se ci fosse stata, in quegli anni dei carri carnevaleschi rimasti infissi nella memoria dei vecchi viareggini, se ci fosse stata la televisione a fissare i colori, i movimenti delle maschere, a fissare le canzoni che accompagnavano i carri, davvero credo che sarebbe oggi, per tante persone italiane e straniere, anche una consolazione. Perché ci sarebbe stato il documento che gli uomini, quando sono favoriti dal luogo di nascita e dai precedenti di libertà da ogni politica e costrizione, possono emanare un canto, un inno, proclamare che la vita è anche gaudio, gli dei ci furono e ancora oggi possono vivere, dare la mano a noi uomini, così spesso invece in balia delle crudeltà.

Estratto dal libro «Sulla spiaggia al di là del molo» di Mario Tobino – A.Mondadori, 1966.