La vera (prei)storia del Carnevale di Viareggio

di Riccardo Mazzoni

Qui di seguito ripropongo il mio saggio Dall’aneddoto alla fonte: documenti per una riscrittura della “preistoria” del Carnevale di Viareggio, apparso nel catalogo della mostra Arte fra le maschere tenutasi tra febbraio e marzo del 2009 a Palazzo Paolina. E’ un po’ lungo, ma spero e credo affascinante per le significative innovazioni che porta nella storia del nostro carnevale, a cominciare dall’albo d’oro della Belle Époque (quello divulgato dalla rivista “Viareggio in maschera” è completamente sbagliato e perseverare a pubblicarlo costituisce una grave carenza storico-scientifica!) fino alla messa in discussione della data del 1873 come anno canonico di inizio del carnevale viareggino: leggete fino in fondo e capirete perché!

In questo saggio voglio offrire un ampio ventaglio di notizie inedite relative ai carri allegorici vincitori dei corsi carnevaleschi della Belle Époque, vale a dire dall’inizio del Novecento allo scoppio della prima Guerra Mondiale, tratte dai periodici locali dell’epoca. Il settimanale “L’Unione versiliese” copre il periodo dal 1901 al 1904, mentre il settimanale “Il Libeccio” ci permette di spaziare dal 1905 al 1914. Ho voluto anche verificare i primi premi dati per certi dall’albo d’oro ufficiale della Fondazione Carnevale, riscontrando clamorose difformità, al punto da chiedersi ragionevolmente quali fonti siano state consultate per compilarlo.

Per il periodo considerato sono i seguenti:

1905 – La signora al volante (ignoto)

1906 – Il Trionfo del Carnevale (Antonio Fontanini) e La dea dei fiori (Pietro Tofanelli)

1907 – Il trionfo dell’agricoltura (Raffaello Tolomei)

1908 – La bellezza vince la forza (Raffaello Tolomei)

1909 – I burattini meccanici (Giuseppe Giorgi detto “Noce”)

1910 – La coppa dei fiori (Pietro Tofanelli)

1911 – Il Trionfo del progresso (Guido Baroni) e Il Trionfo della vita (Domenico Ghiselli)

Per tutti gli altri anni, fino ad oggi non si disponeva di nessuna notizia. Il materiale documentario proposto riguarda soltanto i carri: durante il corso sfilavano infatti anche carrozze, automobili e biciclette addobbate; erano inoltre già presenti mascherate a piedi e maschere isolate. Di norma si teneva un solo corso, il martedì grasso o la domenica precedente. Negli anni di maggior disponibilità economica il numero di corsi fu elevato a due. I carri, realizzati in legno, gesso e scagliola valorizzavano soprattutto l’elemento decorativo e scultoreo; alle maschere era riservato il compito antitetico di supportare coreograficamente il tema del carro, assumendo frequentemente pose e atteggiamenti mummificati, e di coinvolgere il pubblico con lazzi e lanci di confetti, fiori e stelle filanti. Un grande innovatore fu Giuseppe Giorgi, detto “Noce”, barbiere e cantastorie molto popolare a Viareggio, che, già anziano, si ritagliò all’interno delle manifestazioni carnevalesche una propria felice dimensione performativa che proponeva invenzioni buffe e satiriche avvalendosi di forme espressive desunte dal teatro comico popolare.

Ecco, anno per anno, una sintetica rassegna degli avvenimenti.

I festeggiamenti del 1901 vennero organizzati dalla Società Pro Viareggio di cui era presidente Giovanni Pellegrino. Si tenne un unico corso mascherato, il martedì grasso, che risultò insoddisfacente sia per carenze organizzative accentuate dal clima gelido che ne mise a rischio lo svolgimento, sia per la mancanza di spirito carnevalesco rilevata dall’articolista de “L’Unione versiliese”: “Il corso di martedì fu piuttosto meschino, e causa specialmente gli ordini e i contrordini nell’organizzarlo. Dei due carri che vi presero parte, quello rappresentante Gli abitanti della luna era assai artistico e bene eseguito, ed ebbe il primo premio. Anche il Fiasco alludente alle Maschere di Mascagni [l’opera del grande compositore livornese era stata duramente contestata alla prima rappresentazione che si svolse contemporaneamente in sei città italiane, n.d.r.] era un bel carro, assai indovinato e di effetto. Ebbe il secondo premio. Però in tutto l’insieme mancava quel brio e quella vivacità carnevalesca che è il più bel pregio di simili spettacoli”.

Il maltempo condizionò anche i festeggiamenti del 1902, compreso l’unico corso che si svolse il martedì grasso: “Il corso di maschere non riuscì pel cattivo tempo, che non volle risparmiare nemmeno l’ultimo giorno di carnevale; ebbe il primo premio il carro Pro-divorzio”, chiosa laconicamente il cronista de “L’Unione versiliese”. Come per il carro vincitore l’anno prima, non vi è accenno alcuno al nome del progettista. E’ questo un elemento costante in quasi tutti gli articoli apparsi sui periodici anche negli anni successivi, in cui viene spesso rimarcato che la costruzione del carro è un lavoro fondamentalmente collettivo.

I festeggiamenti del 1903 nacquero sotto i migliori auspici. Il tempo stupendo e una positiva contingenza nei flussi turistici avevano condotto a Viareggio una moltitudine di ospiti provenienti da ogni parte d’Europa e dagli Stati Uniti. “La numerosa ed eletta colonia forestiera che in quest’anno Viareggio ha l’onore di ospitare, c’impone l’obbligo di fare il possibile per rendere più gradito il soggiorno su questa incantevole spiaggia. Non sarebbe quindi male che si pensasse fin d’ora a fare qualche cosa di più attraente negli ultimi giorni del carnevale, che ormai si avvicinano”. Ai veglioni tradizionali si affiancarono feste in alberghi e case private che le cronache de “L’Unione versiliese” evocano in termini quasi favolosi: “Le feste danzanti si succedono con crescente animazione fra la colonia forestiera e italiana che soggiorna in Viareggio, affascinate dal tempo splendido come una mite e poetica primavera”. I momenti ludici e di evasione trovarono l’apice nel corso del martedì grasso. “Il clou si ebbe nell’ultimo giorno… Il corso fu molto animato e quattro carri presero parte al concorso per i premi di 140 lire, che un apposito comitato aveva promesso alle migliori mascherate. Ottenne il primo premio il carro raffigurante Il Telegrafo Marconi, ideato assai genialmente dal pittore Norfini [da identificare con Mario Norfini, n.d.r.], il secondo l’ebbe una colossale statua raffigurante Giordano Bruno, e il terzo un altro carro imitante assi bene una Ghidona… Il quarto carro, molto misero nell’esecuzione, aveva carattere satirico e alludeva ai vari fiaschi della vita amministrativa cittadina e era un insieme compreso di fiaschi, di bombe, di torpedini, fra le quali la più colossale riguardava il progetto del porto”.

Tutti i corsi di quegli anni si svolsero in Via Regia, lungo un itinerario che andava da Piazza dell’Olmo a Piazza Pacini.

Non si hanno notizie di corsi per il 1904, ma solo di veglioni: al Casino, al Teatro Pacini e al Politeama. “Il carnevale quest’anno procede sonnacchioso” – riporta “L’Unione versiliese” – “poche maschere la sera per le strade, e poco brio: ciò dipende anche dai tempi presenti e dalla scarsità di lavoro che toglie, a chi non guadagna, la voglia di mascherarsi”.

Il corso carnevalesco del 1905 è storicamente importante per una serie di motivi. Intanto è il primo che giunge a sfilare in quello che sarà il suo palcoscenico prestigioso e naturale: i viali a mare. Poi si avvale di un’organizzazione e di un sostegno economico senza precedenti (“i premi sono quali mai si ebbero” scrive in uno stile arcaico ma efficace il cronista del “Libeccio”), al punto che negli anni Venti questo corso sarà spesso citato, insieme a quello del 1911, come antesignano dei grandi corsi carnevaleschi inaugurati nel 1921. Infine costituisce una testimonianza significativa del ruolo predominante giocato dalla cosìddetta “colonia forestiera” (in realtà una nutrita comunità cosmopolita ormai di stanza permanente in città) nella gestione degli eventi mondani, turistici e culturali a Viareggio durante la Belle Époque. “Quest’anno il corso è fatto a cura e per conto dei signori del club dei forestieri”, scrive l’articolista citato, rammaricandosi che “le strade, da dove sempre usava passare il corso mascherato, siano state messe nel dimenticatoio”. In verità il corso transitava ancora da via Regia ma trovava il suo clou sui viali a mare e lungo il viale Ugo Foscolo con le villette e le palazzine quasi tutte di proprietà dei ricchi “forestieri”. Una polemica presto stemperata dallo straordinario successo del corso mascherato che si tenne domenica 5 marzo 1905. Presidente del comitato organizzatore era Alfredo Rahe (talvolta chiamato Rake); vi faceva parte il celebre Conte Hohenau, parente stretto dell’Imperatore di Germania e uno degli uomini più ricchi del mondo. Sul corso esiste un documento poetico e suggestivo, soprattutto per noi che lo leggiamo con occhi storici, che ci permette di godere praticamente “in diretta” l’arrivo della sfilata sui viali a mare: la lunga cronaca dell’evento apparsa a firma di “Aster” sul “Libeccio” del 12 marzo 1905 di cui propongo di seguito un’ampia sintesi.

[…]

I preparativi – “Già molto prima dell’ora prefissa densa folla di popolo si accalcava in via Regia ed andava man mano facendosi più fitta verso la piazza dell’Olmo, punto di riunione e di partenza di coloro che al corso avrebbero preso parte. I carri e le carrozze che successivamente venivano a concentrarsi in piazza dell’Olmo traevano pur dietro larga folla di popolo tanto da rendere estremamente difficile la circolazione. All’avvicinarsi delle 14 e ½ quasi tutti i carri, le vetture, le biciclette e le mascherate a piedi si trovavano al punto di riunione ed i membri del Comitato dovevano non poco affaticarsi per disporre tutti nell’ordine voluto. Dopo un po’ di attesa, che maggiormente sembrava lunga perché in tutti era viva l’ansia di ammirare le mascherate in posto più largo, fu iniziata la partenza…”

Le costruzioni, le vetture, le biciclette, le mascherate – “Davvero che nel vedere una così lunga sfilata di carri, vetture e carrozzine veniva spontanea la domanda: come in così poco tempo fu potuto allestire un così gran numero di allegorie e di eleganti mascherate? Il colpo d’occhio non poteva essere più bello. Aprivano il corteo due battistrada seguiti da una carrozza del Comitato, indi ecco un gentile e piccolo ciclista tutto rivestito di cartoline illustrate e colla bicicletta ugualmente ricoperta di tali cartoline. Ed ecco un altro piccolo pedalatore, dalla faccia rosea e rubiconda, un amore di bimbo che con serietà spinge la sua macchina tutta guarnita di violette mammole e lui pure vestito con abiti dello stesso simpatico colore. Viene di poi la barca automobile susseguita da un carro formato da due biciclette e raffiguranti un monumento glorificante i caduti a Porto Arthur. Seguono ancora tre ciclisti, uno vestito completamente in rosso, l’altro in bianco e l’ultimo in verde, componendo così i colori della nostra bandiera e portando nel corso la nota patriottica. Indi possiamo vedere una bicicletta montata da uno mascherato da rana ed anche quattro altre biciclette rappresentano La pianella perduta nella neve ed un’altra una gondola veneziana.Il carro rappresentante il Trionfo dell’automobilismo apre il corteo dei grandi veicoli. E ci passano poi davanti il Trionfo di Giulio Cesare, la Cornucopia della felicità, una allegoria alla Iniziativa di S.M. il Re per l’Istituto internazionale dell’Agricoltura, quello del Traforo del Sempione, e fra di essi si alternano automobili adornate con fiori, una graziosa vetturetta giapponese del Conte de’ Conti, la carrozzina della Stampa indi…gesta, gli Orsi ammaestrati, i Cantanti e molte altre mascherate a piedi…”

Verso i viali a mare – “Il corteo lungo e maestoso si avanza per la via Regia, in principio un po’ a stento, fra una siepe umana. Le finestre e i balconi sono gremiti di signore e di signori e man mano ci avviciniamo alla spiaggia il getto dei fiori, di confetti, di coriandoli va aumentando.Il Trionfo dell’automobile, colla maestosa automobile innalzantesi fra le nubi attrae l’attenzione di tutti. Giulio Cesare impassibile sulla sua biga passa maestoso; i due sposini assisi sul davanti della Cornucopia della felicità si fanno ammirare per la loro gentilezza. La vetturetta giapponese richiama l’attenzione di tutti e non si sa se ammirare maggiormente la sua eleganza e ricchezza o l’infaticabile Conte de’ Conti che serio ed impassibile trascina la gentile signora che mollemente sta seduta sulla vetturetta stessa…”

Il primo arrivo sui viali a mare. Battaglie carnevalesche dai balconi del Grand Hotel (che successivamente verrà chiamato “Regina” in onore di un soggiorno della Regina Margherita di Savoia; progettato da Goffredo Fantini nel 1900, oggi al suo posto vi sono degli appartamenti). Poi si svolta subito da via Garibaldi per viale Ugo Foscolo. Bellezze cosmopolite – “Le prime scaramucce fra carri e balconi, finestre e mascherate a piedi avvenute in via Regia vanno aumentando di intensità e non appena davanti al Grand Hotel si convertono in una vera battaglia. L’aria è continuamente solcata da mazzolini di fiori, confetti, stelle filanti e coriandoli. I balconi e le finestre del Grand Hotel sono gremiti di signore e signorine che ammirano e ingaggiano una viva battaglia. Notiamo la distinta signora Manzi Fè e famiglia, e la famiglia Bossi colle gentili signorine che sono instancabili ed una viva grandinata cade dalle loro finestre. E si prosegue così svoltando dalla via Garibaldi ed andando a finire nell’ampio viale Ugo Foscolo, passando però prima sotto i balconi della famiglia Consigli e del marchese Antinori affollati di signore e signori. La finestra e i balconi dell’Hotel Italia, parati con tappeti, ospitano una larga rappresentanza della colonia forestiera, che inizia tosto un ben nutrito getto di fiori e confetti ed è pur vivo il getto dalla palazzina del Conte di S. Giorgio. La gentile Miss Rose si diverte un mondo nel susseguente balcone lanciando coriandoli e fiori ed una vera grandine, un finimondo cade dai balconi e dalle finestre del Marchese Avati dove notiamo la signora Magnani e le signorine De Courtanze. Sui balconi del Paris-Soleil notiamo la signora Giovannetti colle gentili signorine ed una miss americana della quale siamo spiacenti di non conoscere il nome che per la sua nera capigliatura non può non richiamare i biondi capelli di miss Rose e far sorgere il confronto fra queste due bellezze che Viareggio ospita. Anche dai balconi del Paris-Soleil il getto è vivo e le signore e signorine si dimostrano instancabili…”

Il ritorno sui viali a mare – “Arriviamo all’Hotel Russie e qui campeggia la Marchesa Calabrini alla quale i bianchi capelli danno maggior risalto alla freschezza del viso e nelle altre finestre e balconi del Russia vediamo la famiglia D’Aulerio, le nipoti di Alessandro Manzoni ed un numero rilevante di forestieri che gareggiano fra di loro nel getto di fiori e d’altro”.

[…]

L’articolo prosegue con l’elencazione, divertente ma fin troppo puntigliosa – evidentemente un tributo da pagare alla “colonia forestiera” che di fatto aveva finanziato il corso – di tutti gli ospiti presenti sui balconi dei villini e degli alberghi di Viale Manin fino alla villa del Conte Hohenau. Il corso poi s’inoltrava per la prima volta anche sul Viale Margherita. Alle 18 si ebbe la premiazione che vide per le costruzioni i seguenti risultati. Primo premio – Lire 400: Il Trionfo dell’automobile; Secondo premio – Lire 250: La Cornucopia della felicità; Terzo premio – Lire 150: Il Trionfo di Giulio Cesare. La signora al volante, inspiegabilmente segnalata come vincitrice nell’albo d’oro della Fondazione, probabilmente non era altro che la vetturetta del Conte de’ Conti citata.

Nell’organizzazione dei festeggiamenti del 1906 alla “colonia forestiera” si associarono imprenditori locali come gli albergatori Umberto Togni e Pietro Malfatti, e il proprietario del caffè Margherita, Adolfo Cipriani. Alfredo Rahe fu confermato alla guida del comitato, affiancato dall’immancabile conte Hohenau. Si tennero due corsi, seguendo il medesimo itinerario dell’anno prima, domenica 25 e martedì 27 febbraio,  che riscossero un buon successo, anche se attenuato rispetto all’edizione precedente. Tra i carri si ebbe un testa a testa tra Il Trionfo del Carnevale e La dea dei fiori, ma a differenza di quanto afferma la Fondazione a vincere fu solo il primo. A titolo di curiosità, viste le polemiche che si ripetono puntualmente anche ai giorni nostri, riporto uno stralcio delle motivazioni della giuria: “Sappiamo che la Giuria nell’assegnazione dei premi ha avuto per base non solo il lavoro artistico dei carri o delle mascherate, ma il modo col quale il soggetto prefissosi era stato svolto e si era dato corpo all’idea allegorica che si voleva rappresentare”.Fu in base a questi criteri che venne privilegiato Il Trionfo del Carnevale rispetto a La dea dei fiori.

Per il 1907 di nuovo non si hanno notizie di corsi carnevaleschi, ma solo di veglioni. La Fondazione riporta la vittoria del carro Il Trionfo dell’agricoltura, il quale invece va certamente identificato con L’Iniziativa di S.M. il Re per l’Istituto internazionale dell’Agricoltura che sfilò nel 1905 senza particolare successo.

Nel 1908 il carnevale non fu organizzato direttamente da un comitato cittadino, ma venne delegato alla Società Ciclistica “Rapidus”, ben inserita nel tessuto sociale della città – il ciclismo era uno sport molto seguito e praticato – che mise in cantiere un apposito “Gran veglione dello Sport”. Si decise di organizzare due corsi distinti: “uno di essi verrà svolto, come sempre si è fatto per i corsi mascherati cittadini, in Via Regia; l’altro dedicato specialmente ai nostri graditi ospiti, avrà luogo nel viale Manin”. Vinse il carro Il globo terracqueo (la costruzione La bellezza vince la forza indicata come vincitrice dalla Fondazione sfilerà invece nel 1913 ottenendo solo il terzo premio). Da segnalare la preveggenza dell’articolista del “Libeccio” che esalta “l’arte ed il buon gusto che regna fra di noi nel preparare mascherate e specialmente carri per corsi mascherati”, rimarcando “quanto sia desiderabile che venisse dato a questi divertimenti un serio impulso che valesse a richiamare maggiormente l’attenzione dei forestieri su Viareggio, come appunto sa fare Nizza”.

Nel 1909 “Il Libeccio” si lamenta del fatto che non si è tenuto nessun corso carnevalesco, mentre la Fondazione indica nuovamente un carro vincitore, I burattini meccanici del celebre “Noce” (Giuseppe Giorgi), retrodatando la sua reale apparizione di ben cinque anni: lo troveremo infatti tra le attrazioni del corso straordinario del 1914 ideato dalla “Vecchia Viareggio”.

Nel 1910 si svolse un solo corso, di nuovo organizzato dalla Rapidus, che sfilò sul Viale Margherita, alla presenza di “molta gente accorsa dai paesi vicini”. Vinse il carro Il vaso portafiori che (finalmente!) corrisponde alla costruzione La coppa dei fiori indicata dalla Fondazione. Secondo il giudizio del cronista del “Libeccio” i tre carri partecipanti si equivalsero, denunciando ognuno qualche carenza: “Degno di ammirazione, come lavoro artistico ed accurato, era il carro rappresentante un Vaso di fiori, mancandovi però il brio voluto per i corsi carnevaleschi tutti, brio che non mancò di avere il carro I pierrots in gita sul dirigibile, al quale però occorreva più proporzione tra l’involucro e la navicella; degno di lode era Il Trionfo dell’aeroplano che mancava però anche a questo il getto voluto per poter concorrere nei primi premi”.

Nel 1911 si tenne il corso più importante di tutto quel periodo, vero anticipatore dei grandi corsi carnevaleschi degli anni Venti. Pubblicizzato a livello nazionale, fece giungere a Viareggio una folla strabocchevole. Un monte premi altissimo per l’epoca stimolò la creatività e l’impegno dei costruttori. Il comitato organizzatore era presieduto dall’albergatore Pietro Feroci a cui fu riservato il delicato compito di selezionare una qualificata giuria di esperti i cui nomi rimanessero segreti fino alla proclamazione del verdetto: ne fecero parte Edoardo Gelli, pittore di grande fama, l’artista e letterato Roberto Pio Gatteschi, il prof. Luigi Gualtiero Paolini, lo scultore Gaetano Castrucci e il fotografo Alberto Donnini. “Il Libeccio” seguì minuziosamente tutte le fasi realizzative, che coinvolsero un numero considerevole di persone: “Il corso mascherato è quello che è più oggetto dei discorsi e ciò ben si comprende perché molti sono coloro che si trovano ad avere parte nella preparazione dei carri”. Si giunse così alla vigilia del corso, che si tenne domenica 26 febbraio 1911, in un clima di febbrile aspettativa che è reso benissimo da un lucido articolo apparso sul “Libeccio” mirante a stemperare la tensione: “In quanto ai carri a noi preme fare una viva raccomandazione agli organizzatori dei medesimi: è incontestabile che fra i carri concorrenti ve ne siano vari che assurgano per importanza ad espressione di vera opera d’arte; ma sarà possibile alla giuria, per quanto equa e spassionata, contentare tutte le aspettative? Noi crediamo di no perché nel campo dell’arte nulla vi può essere di matematicamente assoluto, e per questo potrà anche accadere che nasca qualche delusione, se non nel pubblico, certamente negli interessati, che con mirabile slancio esacrifizio, hanno speso tempo e denari per conquistare l’ambito primo premio… La giuria farà certamente del suo meglio, ma noi crediamo opportuno richiamare l’attenzione del pubblico su quanto abbiamo esposto perché il primo premio è uno solo e le giurie, anche se composte da elementi elettissimi, possono benissimo deludere col proprio responso delle speranze non sempre troppo giustamente fondate”.Il verdetto della giuria ebbe questo esito:  Primo premio – Lire 500: Il Trionfo del progresso; Secondo premio – Lire 300: Il Trionfo della vita; Terzo premio – Lire 200: Le nostre spiagge a Carnevale o Il Nettuno; premi da 100 lire furono assegnati a La Regina del Carnevale e a La vita nuova; premi da 90 lire andarono alla Gondola veneziana e a Le tentazioni di Satana. L’albo d’oro della Fondazione pone le prime due costruzioni vincitrici a pari merito. I timori dell’articolista del “Libeccio” non si rivelarono infondati: le decisioni della giuria furono accolte con polemiche accese e provocarono perfino tumulti che si protrassero fino a notte inoltrata. L’evento fu immortalato da un’ampia serie di cartoline, le prime che illustrano nella sua totalità un corso carnevalesco viareggino.

A dispetto del grandissimo successo dell’anno precedente, nel 1912 si ebbe di nuovo una situazione di stallo, in quanto i festeggiamenti furono ridotti a causa della guerra in Libia.

E proprio un carro “patriottico”, vale a dire quanto di meno carnevalesco si possa concepire, La gloria del tricolore, si aggiudicò il corso del 1913, di buon successo nonostante il tempo piovoso. In quell’anno è attestata la prima ripresa cinematografica dei carri realizzata da una casa di produzione locale, la “Versilia film”: la pellicola fu proiettata all’Eolo al termine del Carnevale.

Nel 1914 si tennero regolarmente due corsi, il 22 e il 24 febbraio, ma a causa di una polemica tra il comitato organizzatore e la stampa cittadina non fu ufficializzata alcuna premiazione, la quale però di fatto avvenne dato che si ha notizia del monte premi assegnato. La polemica nascondeva malamente il sostanziale fallimento della manifestazione, evidenziato in un articolo del “Libeccio”: “Le grandi speranze che si nutrivano per l’esito di questo nostro carnevale che felicemente ribattezzato pochi anni orsono, prometteva di crescere vigoroso e lieto, sono state purtroppo deluse… Il concorso fu fiacco e senza soverchia animazione. I carri e le carrozze, non troppo innumerevoli, si perdevano nel lungo percorso. Tuttavia alcuni erano addobbati con gusto discreto e svolgevano con sufficiente spirito un tema satirico… In complesso il divertimento non ha fatto impazzire nessuno… Francamente speravamo in qualcosa di meglio”. L’Associazione per la tutela della Vecchia Viareggio, di cui era presidente Eugenio Barsanti (personaggio di spicco della società viareggina dell’epoca, fondatore della locale sezione del partito Repubblicano, temperamento estroso e passionale, fine oratore, amico e sostenitore di artisti, committente della celebre statua funeraria tradizionalmente denominata “Bimba che aspetta” che si trova nel cimitero comunale), organizzò tempestivamente per il giorno della Tabernella un terzo corso che recuperò con intento polemico l’antico itinerario di Via Regia. Fu un successo schiettamente popolare celebrato da un articolo dai toni entusiastici apparso sul “Libeccio”: “Gallina vecchia fa buon brodo. Il proverbio ha avuto la sua riconferma. La Vecchia Viareggio che da molti anni credevamo esausta e rassegnata al suo destino, ha mostrato il giorno della Pentolaccia di avere tanta esuberanza di vita da fare impallidire una città ancora fresca d’intonaco. E il cielo che nei corsi precedenti si era mostrato così arcigno, ha voluto sorridere a questa affermazione della antica città che giustamente non vuole e non ha ragione di arrendersi. Il corso che si svolse per la via Regia vide l’animazione più schietta. La gente che l’affollava si divertiva realmente e non posa. L’ultimo fiato del carnevale e il primo fiato della primavera stimolavano il lancio e le risa. Carri, biciclette, pedoni, carrozze, percorsero più volte l’antica strada che fu il nucleo e la madrina di Viareggio; e la battaglia di fiori, di dolci e di coriandoli, fu senza interruzione vivace e cortese. Tutti i balconi sembravano alveari o grappoli di belle ragazze, molte delle quali mascherate. Spiccavano fra gli altri per addobbo ed eleganza quelli della Marina, del Casino, del Sig. Belluomini, del Biagi. L’animazione durò fino al tramonto. Molti quintali di carta furono sparsi sotto forma di pioggia e di nastri. Proponiamo al consiglio una gratificazione agli spazzini municipali che ebbero a compiere una improba fatica. Rallegrarono la festa le bande di Viareggio e di Pontemazzori. Dopo, la folla profumata delle ragazze che si divertivano a schizzettarla, prese d’assalto i caffè e per tutta la sera parve che la stagione avesse principio. I nostri rallegramenti al comitato e al presidente Sig. Eugenio Barsanti”.Vinse il primo premio il carro Il Trionfo della Vecchia Viareggio.

Grande animatore sia dei due corsi ufficiali che del terzo corso alternativo fu Giuseppe Giorgi, il popolarissimo “Noce”, che sui viali a mare inscenò alla maniera dei cantastorie La miserevole e triste istoria di Rosalba vittima dell’Omo Nero, caustica variazione popolare del tema della “fanciulla perseguitata” (fino ad oggi datata al 1913), mentre in Via Regia allestì il teatrino vivente dei Pupazzi meccanici che nel suo libro di memorie Ricordi di un carnevalaro, Alfredo Morescalchi descrive così: “Noce stava immobile su una specie di palco sopraelevato, in mezzo a quattro colonne; più giù, ad ogni lato del palco, stavano quattro persone mascherate sedute ed anch’esse immobili. La gente rideva e schiamazzava al passaggio di questo carro ed anch’io mi ci divertivo un mondo, anche perché quei quattro personaggi, oltre a Noce, li conoscevo tutti ed a vederli così conciati era proprio uno spasso… Ogni tanto squillava un campanello elettrico e tutti i cinque personaggi si mettevano in movimento… Tutti agivano a scatti come si potevano vedere allora, in certi baracconi da fiera, quei burattini meccanici mossi elettronicamente. Ad un altro suonar del campanello i cinque personaggi, istantaneamente restavano immobili come avessero perso improvvisamente la carica”.

Nel 1926 apparve su “Viareggio in maschera” un articolo di Frediano Belli dal titolo Carnevali di altri tempi che sulla base di ricordi personali offriva per la prima volta sintetiche ma interessanti notizie storiche sull’evoluzione del carnevale viareggino. L’articolo era accompagnato dalla riproduzione di disegni di carri d’epoca, eseguiti appositamente per l’occasione, di ottima mano, molti dei quali firmati “M.”, alcuni desunti certamente da fotografie, con l’indicazione del nome del progettista. E’ questa l’unica fonte di cui disponiamo per attribuire la paternità di alcuni dei più significativi carri che sfilarono durante la Belle Époque, per cui ne riporto l’elenco cronologico correggendo alcuni errori di datazione.

1. Il Trionfo del carnevale. 1906 (primo premio) – Prog. A.(lfredo) Fontanini. Firmato: “M.”

2. La dea dei fiori. 1906 (secondo premio) – Prog. P.(ietro) Tofanelli. Firmato: “M.”

3. L’agricoltura. 1907 (in realtà 1905) – Prog. R.(affaello) Tolomei. Firmato: “?” (sigla di difficile decifrazione)

4. La coppa dei fiori. 1910 (primo premio) – Progetto P.(ietro) Tofanelli. Firmato: “M.”

5. Il Trionfo del progresso. 1911 (primo premio) – Progetto G.(uido) Baroni. Firmato: “M.”

6. Il Trionfo della vita. 1912 (in realtà 1911; secondo premio) – Prog. D.(omenico) Ghiselli. Firmato: “M.”

7. Nettuno al carnevale. 1911 (terzo premio) – Prog. P.(aolo?) Gemignani. Non firmato (attribuibile a “M.”)

8. Le tentazioni di Satana. 1911 – Prog. A.lfredo) Fontanini. Firmato: “M.”

La serie comprendeva anche la riproduzione dei disegni di tre carri che avevano sfilato nell’Ottocento: I quattro mori (datato al 1883), I fiammiferi (datato al 1885) e Il Trionfo della bicicletta (datato al 1897), questi ultimi due ancora evidentemente di mano del misterioso e talentuoso “M.”, di cui sarebbe interessante scoprire l’identità.

Tra i progettisti citati, Alfredo Fontanini (e non Antonio, come riportato dall’albo d’oro della Fondazione) era architetto; Guido Baroni (padre di Sergio, uno dei più grandi “carristi” di tutti i tempi) capomastro; Raffaello Tolomei e Domenico Ghiselli – ai quali bisogna aggiungere Mario Norfini, vincitore dell’edizione del 1903 – pittori-decoratori. Le personalità più interessanti sono senza dubbio quelle di Norfini e Ghiselli.

Mario Norfini – nato a Pescia nel 1870, figlio del grande pittore Luigi, per molti anni insegnante al Regio Istituto d’Arte di Lucca, fratello dello scultore Giuseppe, anch’egli residente a Viareggio per un breve periodo (realizzò un monumento, oggi perduto, per il cimitero comunale), e del pittore Alfredo (che conobbe un notevole successo in Sud America) – fu attivo a Viareggio nei primissimi anni del Novecento (è attestato almeno fino al dicembre del 1905 quando allestì una piccola mostra nei locali del caffè del Regio Casino dedicata ai suoi soggetti preferiti: gli animali) contribuendo come decoratore all’affermazione degli stilemi liberty in città (anche se la sua formazione era decisamente più eclettica) all’epoca della nascita della Passeggiata lignea. In particolare nel 1902 realizzò la figura allegorica del Dio dei venti che adornava la facciata del restaurant-birreria Eolo ed eseguì in collaborazione con il pittore livornese A. Baroni le decorazioni del caffè Margherita – inaugurato in quell’anno su disegno dell’architetto Goffredo Fantini – le prime per le quali la stampa locale del tempo utilizzò espressamente la definizione di “stile liberty”. E’ oggi riconosciuto come uno dei più validi pittori e illustratori animalisti italiani del Novecento. Morì a Milano nel 1956.

La figura di Domenico Ghiselli, la cui opera legata prevalentemente alla forma effimera della decorazione è andata quasi completamente perduta, sta emergendo dallo spoglio delle fonti documentarie d’epoca come quella di uno dei più interessanti pittori-decoratori operanti in Versilia nel primo Novecento. Nato a Lucca nel 1880, si formò al Regio Istituto di Belle Arti di quella città, dove ebbe come compagno di studi Lorenzo Viani. Esordì giovanissimo alla fine dell’Ottocento con i suggestivi acquerelli e disegni a china per le bomboniere lignee confezionate dal droghiere lucchese Caselli, di precoce gusto liberty. Di particolare prestigio nel 1912 l’incarico per le decorazioni del Kursaal di Viareggio che gli fu assegnato dopo un apposito concorso. Una fonte giornalistica del 1908 lo vuole attivo nella decorazione di Villa Rolandi Ricci –l’attuale Hotel Ariston – a Lido di Camaiore (terminata di costruire nel 1909 su progetto dell’immaginifico architetto Gino Coppedè): documento che riapre la questione dell’attribuzione degli affreschi della chiesetta neogotica della villa, ispirati a poesie di Giovanni Pascoli, fino ad oggi riferiti a Galileo Chini. Tra le sue poche opere ancora visibili c’è la lunetta del portale d’ingresso dell’Hotel Excelsior, con motivi marinari, firmata e datata 1924. Negli anni Dieci e Venti fece parte in maniera non continuativa del corpo insegnante della scuola d’arte “Stagio Stagi” di Pietrasanta. Morì a Viareggio nel 1934. Il suo apporto al carnevale non si limitò al carro Il Trionfo della vita, ma negli anni Venti collaborò in qualità di disegnatore alla rivista “Viareggio in maschera”.

A proposito del Trionfo della vita, è necessario a questo punto affrontare una questione controversa: siamo davvero sicuri, come vuole una tradizione consolidata, che siano di Lorenzo Viani le pitture sulla base del carro, con la raffigurazione di perturbanti scene di dolore e di morte (sconfitte nel messaggio allegorico dal valore supremo della Vita), e non piuttosto, com’è logico supporre, dello stesso progettista, che come abbiamo visto era un notevolissimo pittore-decoratore e non uno scultore come ho letto anche di recente, e dunque non aveva nessun motivo di far eseguire ad altri, seppure ad un amico come Lorenzo Viani, ciò che sapeva far meglio e cioè dipingere?E’ stata la maggiore studiosa dell’opera di Viani, Ida Cardellini Signorini, a ipotizzare in forma dubitativa un coinvolgimento del grande artista, sulla scorta di un “tacito consenso” protrattosi per anni: “Se pur non vi riconosca la mano di Viani può darsi che egli abbia dato un suo disegno”, scrive nella sua fondamentale monografia vianesca del 1978. Precauzioni che vengono completamente abbandonate tra i vari divulgatori per cui Viani diventa indubitabilmente tanto l’ideatore quanto l’autore materiale del pannello. Alcuni studiosi si sono spinti oltre affermando che il dipinto sarebbe stato ispirato a Viani dagli esiti di una furiosa tromba marina che si abbattè in quel periodo su Viareggio procurando un morto e un gran numero di feriti. Tale lettura è stata giustamente confutata da Paolo Fornaciari in quanto il corso ebbe luogo il 26 febbraio mentre l’episodio della tromba marina risale al successivo 15 marzo. Lo stesso Fornaciari ha ritrovato un interessante articolo apparso sul settimanale “Versilia” del 18 gennaio 1911 (poco più di un mese prima del fatidico corso carnevalesco) in cui Viani parla dell’opera del pittore belga Eugène Laermans (che Viani chiama Lherman), da lui molto amata, soffermandosi sulla descrizione del dipinto dal titolo Tragedia umana: “Sono due operai che trasportano un loro compagno, l’uno sorreggendolo alle ascelle, l’altro sotto i ginocchi, un loro compagno che in un’insurrezione à avuto il capo sfragellato da una fucilata: la figlia traccia la strada ai pietosi soccorritori del padre e la madre segue il convoglio che va lungo un muro bianco”. Constatando che il soggetto centrale del pannello riproduce una scena identica a quella descritta, Fornaciari lo interpreta come un omaggio di Viani a Laermans, un’artista a cui lo legavano forti affinità elettive. In realtà ancora una volta nulla prova che Viani abbia concepito o materialmente eseguito il dipinto. In quel momento storico, Viani e Domenico Ghiselli facevano parte dello stesso ambiente culturale, ne condividevano gusti e aspirazioni, amicizie e ideali, per cui Ghiselli avrebbe potuto tranquillamente prendere spunto proprio dall’articolo di Viani o da una conversazione con l’amico (e viceversa). Viani si stava affermando come pittore, Ghiselli come decoratore. Oggi Viani è considerato uno dei più grandi pittori europei del suo tempo, mentre Ghiselli è praticamente sconosciuto anche agli addetti ai lavori (e questo saggio vuol essere un primo contributo per una rivalutazione storico-critica). Ma all’epoca Ghiselli era stimatissimo per esempio da Giovanni Pascoli che lo aveva soprannominato “Giotto” a causa del suo talento precoce e gli aveva commissionato un disegno che avrebbe voluto porre in copertina nella prima edizione dei Canti di Castelvecchio, ispirato ai versi “sono un gramo rospo che sogna”, raffigurante un rospo in primo piano, poi una fuga prospettica di alberi, erbe, luna, fino alle Alpi Apuane, accennate sullo sfondo…

Lorenzo Viani o Domenico Ghiselli? Senza propendere per il momento per l’uno o per l’altro, la questione dell’autore dei dipinti sulla base del carro Il Trionfo della Vita resta aperta.

Giunto al termine di questo excursus, ecco dunque il nuovo albo d’oro, valido per il periodo della Belle Époque, che spero andrà a fare bella mostra di sé nel prossimo numero di “Viareggio in maschera”:

1901 Gli abitanti della luna

1902 Pro-divorzio

1903 Il Telegrafo Marconi (Mario Norfini)

1904 Non si svolse nessun corso

1905 Il Trionfo dell’automobile

1906 Il Trionfo del Carnevale (Alfredo Fontanini)

1907 Non si svolse nessun corso

1908 Il globo terracqueo

1909 Non si svolse nessun corso

1910 La coppa di fiori (Pietro Tofanelli)

1911 Il trionfo del progresso (Guido Baroni)

1912 Non si svolse nessun corso

1913 La gloria del tricolore

1914 Premio del comitato ufficiale assegnato ma non comunicato alla stampa. Premio del rione “Vecchia Viareggio”: Il Trionfo della vecchia Viareggio.

A causa della guerra e delle successive contingenze storiche, dal 1915 al 1920 i corsi furono sospesi.

Concludendo, dalle fonti documentarie emerge chiaramente che, a parte qualche annata particolare – segnatamente il 1903, il 1905 e soprattutto il 1911 – il Carnevale come lo intendiamo e lo viviamo ancor oggi è un’invenzione del 1921: un’invenzione turistica fondata su un’anima popolare.

A ben vedere, la stessa data canonica di nascita del 1873 appare una convenzione elaborata negli anni Venti del Novecento. Infatti è solo in un articolo firmato “Il Delfino” apparso sulla rivista “Viareggio in maschera” nel 1928 – Storia e storie del carnevale di Viareggio – che si comincia a dichiarare espressamente l’età del carnevale, mediante la divulgazione del ben noto “aneddoto fondante”, da allora ripreso costantemente, quasi sempre senza il necessario inquadramento storico-documentario, per raccontare la nascita della più importante manifestazione folkloristica della città: “Il Carnevale di Viareggio è recentissimo come manifestazione che mira ad assurgere ad importanza internazionale, ma è recente anche la sua prima origine. Infatti il primo corso mascherato di Viareggio ebbe luogo soltanto nell’ultimo giorno di Carnevale del 1873, ed il modo come si attuò la prima volta val la pena di essere narrato” – scrive l’articolista che introduce così il suo racconto intitolato “UN CORSO MASCHERATO IN VENTIQUATTRO ORE”.E prosegue: “La sera del lunedì, penultimo giorno del carnevale, una brigata di giovani (giovani allora…) radunata secondo le costumanze del tempo nelle sale del R. Casino, commentava sfavorevolmente il fatto che i viareggini dovessero recarsi a Lucca o a Pisa se volevano assistere ad un corso mascherato. Perché non facciamo il corso a Viareggio? – propose uno. E domani stesso? – incalzò un altro. La proposta lanciata per scherzo, applaudita dalla radunanza, si tradusse in fatto il giorno dopo. E la Via Regia (il corso della Viareggio d’allora) vide sfilare dopo le 14 un pazzo corteo di carrozze da piazza, bardate di festoni e di fiori,con le più goffe maschere a cassetta, che, ancora sprovviste delle armi ufficiali del Carnevale (coriandoli, stelle filanti, ecc.) si contentavano di riempire la strada di canti e di grida, con spreco di arguzie e di spirito alimentato abbondantemente dal generoso vino toscano. La festa finì; ma dal 1874 in poi Viareggio ebbe i suoi corsi mascherati che furono interrotti soltanto dalla guerra, fra il 1915 e il 1920”.

Siamo nell’ambito della leggenda carnevalesca. E’ piuttosto al citato articolo di Frediano Belli apparso due anni prima sulla stessa rivista che bisogna rivolgersi – pur con tutte le cautele dovute al fatto che si tratta pur sempre di ricordi e considerazioni personali –  per una ricostruzione più credibile della “preistoria del carnevale” (come il giornalista e saggista Umberto Guidi definisce efficacemente il periodo precedente alla nascita della rivista “Viareggio in maschera”). In particolare l’autore segnala che già “nel primo statuto dato da Carlo Lodovico alla Società del R. Casino [inaugurato nel 1834, n.d.r.] è fissato l’obbligo di dare nel carnevale due feste da ballo con libero ingresso alle maschere”. Riporta poi i ricordi della nonna, morta a 85 anni nel 1890, circa i “carri trionfali che ai suoi tempi facevano i Dinelli, l’Ostino (Ragghianti), i Belluomini, il Sor Checco Pacini – fratello del maestro Giovanni – e le feste di ballo che si davano col concorso dei forestieri – alle volte anche pezzi grossi della diplomazia – all’Albergo d’Europa o dei viaggiatori di terra e mare, l’unico albergo di Viareggio situato in piazza del Mercato”: ben prima quindi del 1873. Una frammentaria continuità – tra fortune ed eclissidovute alle più disparate motivazioni storico-sociali – caratterizza dunque la traettoria cronologica dei festeggiamenti carnevaleschi (corsi compresi) dall’elevazione di Viareggio al rango di città nel 1820 fino alla prima guerra mondiale.

Nota. Le annate dei periodici “L’Unione versiliese” (1901-1904) e “Il Libeccio” (1905-1914) sono consultabili presso la Biblioteca Statale di Lucca. I disegni rievocativi originali dei carri storici eseguiti nel 1926 e riprodotti sulla rivista “Viareggio in maschera” di quell’anno a corredo dell’articolo di Frediano Belli sono conservati al Centro Documentario Storico del comune di Viareggio, ad eccezione del disegno del carro La dea dei fiori, andato perduto.