Le Baldorie /2

di Franco Anichini

Da ‘bamboretto’ le giornate, i mesi, gli anni, erano vissuti e partecipati nell’attesa, nell’avvento della Festa. Il calendario del vivere quotidiano era scandito, almeno per me, dal tempo della Chiesa.

Nella mia, come in molte altre famiglie di tradizione e formazione cattolica, i periodi dell’anno erano legati a precise scadenze del calendario liturgico, che aveva i due momenti forti nel Natale e nella Pasqua, ma durante gli altri mesi altre feste minori che pure caratterizzavano l’incedere del tempo.

La festa era vissuta e preparata, durante i mesi che la precedevano, secondo una partecipazione e una aspettativa che spesso diventava ansiosa e quasi spasmodica. Le feste del calendario della Chiesa rappresentavano le tappe del trascorrere del tempo, un tempo ed un ritmo naturali scanditi più dal suono delle campane che dall’orologio: i campanili delle chiese, con il loro suono scandivano la giornata e ricordavano il legame spirituale dell’uomo a Dio con il mattutino, il mezzogiorno, il vespro ecc,. La festa voleva dire mangiare meglio, qualcosa di più buono, di diverso dal solito; il pollo, il brodo di lesso o di gallina e la carne che, in genere, nelle mense della gente era cosa rara, ‘cosa da signori. Voleva dire indossare l’abito buono, spesso rifatto colle stoffe “eterne”, quelle che non finivano mai, del padre o addirittura del nonno; le scarpe lucide, nere che, dopo l’ascolto della Messa, venivano quasi subito “sbucciate” giocando a pallone nella strada o in pineta, con le conseguenti “ciaffate” dei genitori per il danno alla “roba bona”. E tutto era vissuto in una città a dimensione umana, dove le relazioni sociali fra uomini erano più sincere, meno conflittuali; le famiglie erano affratellate nel superamento e nella ricerca affannosa del vivere quotidiano in una dimensione di maggiore serenità.

La fede, la speranza e l’utopia per una prospettiva di vita di una società che stava faticosamente uscendo dai drammi della guerra e credeva in un mondo diverso, trovava nella dimensione della festa le certezze date dalla tradizione e d al ripetersi ciclico delle scadenze e dei riti. Fra le scadenze del calendario legate alla ritualità sacra viareggina, c’è quella delle Baldorie, coniugata alla figura della Madonna che secondo la tradizione, nel 1854, salvò Viareggio dal diffondersi dell’epidemia di colera. La festa delle baldorie rappresentava la fine dell’estate, del periodo di turismo intenso che, con modelli culturali esterni, mode, atteggiamenti e la stessa parlata dei forestieri, aveva interrotto il ritmo della comunità viareggina. Si rientrava nelle nostre case che erano state affittate ai ‘bagnanti’: si buttava via qualcosa dirotto o di usato male (qualche stoviglia o il materasso piscioso) e magari si dava un’imbiancata di calcina per rinfrescare la casa. Per noi ragazzi riappropriarsi della propria cameretta, dei propri spazi, voleva dire riprendere il ritmo con le proprie cose, con la strada, la città e le sue tradizioni. Affittare era una situazione dettata dalla necessità, comune a molte famiglie viareggine, tutti si ingegnavano a racimolare un pò di soldi per poter passare meglio il lungo inverno. Ritornare nella propria casa accompagnati dalla solita frase: "Delafia ce l’hanno fatta a andà via loro li!", rivolta ai bagnanti, mal sopportati e mai accettati, voleva dire il ritorno alla normalità.

Rinasceva subito la spontanea aggregazione delle bande, o meglio le ‘ghenghe’, di noi ragazzi, il ristabilirsi dei ruoli all’interno dei gruppi, dispersi durante i mesi estivi e come per incanto tornava l’ulteriore volontà, si assisteva al rinnovarsi di un’eterna simbiosi fra l’uomo e la natura, n fuoco, già quotidianamente presente in piccole dimensioni nei fornelli a legna e a carbone della casa, nella cucina economica e nei caminetti, usciva “alla grande” nella dimensione pubblica della strada per riunire simbolicamente tutta la comunità.

Al crescere del fuoco, tutti seguivano l’evoluzione delle fiamme e del fumo e al chiarore rossastro del fuoco, le scintille sembravano congiungersi, su su, con il limpido ciclo stellato, inseguite dalla fantasia di tutti, nell’eterno sogno di ogni uomo di volare ed elevarsi sopra la gretta visione delle cose. Man mano che il fuoco si faceva sempre più vivo, le persone, gli oleandri della strada, le facciate delle case, si illuminavano di una tonalità rossastra che rendeva magia il luogo e le cose. Le strade della atta erano poco illuminate, non vi erano insegne al neon e altri elementi di arredo urbano a snaturare rassetto del luogo. II fuoco della baldoria pareva voler unificare cromaticamente, con il suo bagliore, le tonalità delle case di una Viareggio chiara e perlata, fatta di bianchi, ocre e persiane verdi. Sul finire del fuoco noi ragazzi, grandi e piccini, a turno, ognuno con un bastone cercavamo di sollevare la brace di pinugliori e, strinati dal calore del fuoco, si gridava; "Alle mi nonneee!". Quelli più grandi riuscivano, prendendo molta brace, a sollevare nuvole filiformi e dorate di scintille che salivano al cielo fra l’urlo di gioia e di stupore di tutto il vicinato, Forse nel rito delle “mi nonne” c’era la inconscia e segreta volontà di voler comunicare con il cielo, con chi non c’è più; un rapporto fra sacro e profano, il fuoco, la luce che viene dalle tenebre, le anime dei morti, nella continuità sacra di un rito che forse nella nostra zona ha origini pagane. E fuoco come momento di aggregazione, di bisogno di stare insieme; non era un caso la voglia di stare intorno, in cerchio, simbolo cosmico che si perde nella notte dei tempi e sempre riportato dall’uomo in concrete forme simboliche durante la sua vita terrena.

Quando le braci erano ridotte ad un vasto cerchio nero e fumoso, divenivano una prova di coraggio per noi ragazzi. Ognuno cercava, nonostante ancora il forte calore, di saltare le braci per dimostrare il proprio valore, piano, piano, lo spengersi del fuoco, i più piccoli già addormentati “in collo” alle mamme, i primi saluti di buonanotte e il vicinato rientrava, scaldato nel corpo e nello spirito, nelle proprie case e tutta la città si addormentava sotto la protezione della Madonna, pensando e aspettando già la prossima ricorrenza, quella dei morti. Se prima le baldorie per i viareggini rappresentavano momento di incontro, di aggregazione, di amicizia di una micro comunità che si ritrovava nella comune voglia di ricerca del proprio idioma, della propria dimensione amicale, di rivivere la propria città stravolta dai turisti estivi, oggi il fuoco, la baldoria, così come viene vissuta, è elemento di disgregazione, di paura, di tensione. La gente non sta più intorno al fuoco, da tempo ne ha perso il contatto, prima ci viveva tutti i giorni, al fuoco del camino la famiglia parlava, il ruolo della voce dei nonni nel raccontare le storie, le ‘paure’, le novelle ai piccoli era fondamentale. Il fuoco è stato sostituito dai forni a micro onde e la parola dei nonni e dei genitori da ‘mamma TV.

Nella tradizione delle baldorie non esistevano i petardi, i raudi, ecc., la voce dei ragazzi, della gente e il crepitio del fuoco costituivano i soli rumori. Oggi il fuoco, la baldoria, non esprimono più il vicinato, la micro comunità che tutti i giorni dell’anno viveva a stretto contatto e m maniera comune sentiva, gioiva, partecipava alle gioie e ai dolori della gente. Ognuno vive in un privato sempre più chiuso ed egoista. II fuoco oggi è, per molti, occasione di trasgressione negativa, di protagonismo deleterio; dal fuoco ci si allontana, non si apprezza più la sua misteriosa bellezza, serve solo per far scoppiare i botti. Le poche persone che partecipano alle baldorie, magari per far piacere ai figli più piccoli, sono spesso presi da uno stato di ansia e di timore perché non si sa che cosa può accadere o dove può finire un petardo.

La baldoria è diventata oggi l’occasione per uno squadrismo che dilaga per la ci
ttà, bande armate di petardi spesso pericolosi, assaltano i cassonetti dell’immondizia, tirano contro i balconi e finestre aperte con atteggiamento di provocazione e di arroganza, come se m quel momento tutta la città fosse un teatro per la trasgressione. Non è un caso che la perdita del “luogo”, del vicinato, la sua scomparsa territoriale fatta di relazioni amicali, abbia portato molti giovani alla perdita di identità, del proprio ambiente. Non esiste più l’attesa, la preparazione attraverso una scansione del tempo in un succederai ciclico degli eventi secondo un ritmo legato alla tradizione; oggi tutto viene consumato e consumato alla svelta e quando si consuma velocemente non si assaporano le cose. La città è ormai schiava della macchina a cui abbiamo e continuiamo a dare le strade, le piazze, i marciapiedi; è sempre più luogo dell’alienazione e dell’abbrutimento dell’individuo che cerca spasmodicamente occasioni per consumare e far esplodere le proprie contraddizioni e frustrazioni. Se la città riuscisse con il tempo a recuperare i valori di una tradizione come quella delle baldorie, recuperandone il senso, potrebbe ritrovare un motivo di riaggregazione della collettività.

Ripensare, proprio partendo dalle baldorie, che la città va recuperata alla gente, con le sue strade, le piazze, i marciapiedi, le case. La città è sempre più un dormitorio, sta scomparendo la vita vera, stiamo dando posto a banche, uffici, palestre e le case restano begli involucri all’esterno, vuoti di vita all’interno.

Ripensare, lottare per riavere la città dove i giovani possano trovare momenti di incontro veri e propositivi, in modo da rendere protagonisti loro stessi, perché un domani la loro città non sia luogo di nevrosi, ma luogo della gioia. Non vogliamo certo un ritorno al passato nostalgico e passatista, dove le cucine erano spesso piene di fumo e poco funzionali, si pativa il freddo e c’era poca luce, ma ove, nonostante tutto ciò, vi erano valori su cui oggi sarebbe bene riflettere. Se le case di Viareggio prima erano aperte e pronte all’accoglienza, oggi sono diventate dei micro-bunker, piene di spioncini, porte blindate, tutto proiettato alla difesa, alla diffidenza. Siamo tutti presi dalla nevrosi dello “spippolamento” del telecomando televisivo alla ricerca spasmodica di nuovi programmi, perché la nostra noia è sempre più grande e c’è l’insoddisfazione verso una vita e un quotidiano vuoto di valori. L’accelerazione del tempo naturale a favore del tempo meccanico e nevrotico, scandito dai secondi dell’orologio, ha condizionato e alterato i nostri rapporti umani. Il senso della festa, la sua attesa, la sua preparazione vissuta, è oggi sparita perché il benessere ha appiattito il calendario, ha omogeneizzato il tempo sacro. La festa è sempre più occasione di consumo effimero ed immediato, non esprime più i valori di una tradizione radicata e rivissuta da una comunità.
La collettività del vicinato è spenta, disgregata, aiutata in questo processo distruttivo dalla perdita della peculiarità, dell’identità “del luogo”. La nostra città da molti anni è oggetto di aggressione edilizia a carattere speculativo, dove ha prevalso la logica del denaro senza tener conto dello stile, della storia, del passato, del suo “genius loci”. Che senso possono avere allora alcune riflessioni sulle baldorie se non vengono legate e collegate alla perduta dimensione spaziale che prima la città aveva? Le considerazioni sul passato non vogliono dunque essere rivisitazione nostalgica, ma stimolo e riflessione critica a guardare quello che vi era di positivo e di valido.

La città di Viareggio deve perciò riconquistare una nuova coscienza del suo passato, delle sue tradizioni, del suo “genius loci”, affinchè la “comunità” viareggina possa rivivere il “fuoco” come incontro e non come scontro, altrimenti, per il momento, è meglio che il fuoco rimanga sopito sotto le ceneri e si riaccenda solo per starci tutti più vicini.

Articolo di Franco Anichini

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