Antonio D’Arliano (1899 – 1992)

«Non mi interesso di politica perché non ho cultura sufficiente e poi non vedo il Carnevale dal punto di vista politico. Il Carnevale deve appagare il senso luculliano dell’occhio. Nel carro ci deve essere Bacco, tabacco e Venere; musica, allegria, festa di colore e gioia di vita. Un carro che accontenta il gusto di una corrente politica, necessariamente ne scontenta un’altra e la esclude dalla gioia (che deve essere comune), quindi limita il concorso al divertimento». In queste dichiarazioni di Antonio D’Arliano, rilasciate nel 1972, è riassunta la poetica del grande costruttore di carri, che per circa tre decenni (dal 1925 alla metà degli anni Cinquanta) dette vita ad un’emozionante gara di bravura con Alfredo Pardini, contribuendo a far crescere in spettacolarità e bellezza la sfilata sui viali a mare.

Antonio (Tono) D’Arliano, nato a Viareggio il 7 novembre 1899, pittore e carrista, è l’alfiere della concezione “disimpegnata” del Carnevale. Una scelta comunque dominante fra gli artisti della cartapesta viareggina, almeno fino ai primi anni Sessanta, quando cominciò ad imporsi la satira politica. Anche dopo, e fino all’ultimo, ormai ritirato dalle scene carnevalesche, D’Arliano continuò a difendere una poetica carnevalesca che oggi potrebbe essere definita d’evasione. Negando per esempio che un carro del 1939, intitolato “Carnevale domatore”, avesse un contenuto di velata critica politica al regime fascista: «Sono gli altro – ripeteva – che lo dicevano, io non ho mai avuto questa intenzione». E probabilmente questo è vero anche per altri celebri carri, dove la lettura politica era nell’occhio di chi guardava, magari a posteriori. Ma come ha dimostrato Umberto Eco, ogni opera è appunto, “aperta”, e dunque oltre l’intentio auctoris, conta anche l’intenzione di chi legge o guarda.

D’Arliano è figlio di un navigante. Il padre comandava barche di piccola stazza e nella stagione buona prendeva con se il figlio Antonio, che si faceva le ossa come mozzo. Cominciava così a conoscere tutti i particolari dell’armamento velico, un’esperienza che influenza le sue tele, spesso ispirate ai maestosi velieri viareggini, riprodotti con cognizione di causa. Parallelamente Tono si avvicina al mondo del Carnevale: a soli 14 anni realizza la sua prima mascherata: “La portantina romana”, conquistando il secondo premio. Anche la passione per la pittura si manifesta ben presto. Adolescente, frequenta l’Accademia Passaglia di Lucca, ma deve interrompere perché viene richiamato militare. A 21 anni è congedato, riprende gli studi e su consiglio del suo stesso insegnante d’arte, per sbarcare il lunario si mette a decorare gli interni delle più ricche ville di Viareggio. Contemporaneamente dipinge e continua ad ascoltare il suo personale “demone” carnevalesco.

La sua carriera decolla nel 1925, quando s’impone per la prima volta con “I tre cavalieri del Carnevale”. È una costruzione importante perché in essa compare per la prima volta la “carta a calco”, definita impropriamente cartapesta, tecnologia di costruzione che garantì forme di grande volume e peso contenuto, spianando la strada al gigantismo dei carri del Carnevale di Viareggio: si realizza un modello in creta, si applica un calco in gesso e su questo si incolla poi la carta bagnata e tagliata a strisce. Una volta asciutto, il risultato è leggero e maneggevole. D’Arliano ha sempre rivendicato la paternità di questa invenzione. Da quel giorno la tecnica dei maghi del Carnevale non è cambiata molto, anche se nuovi materiali si sono affacciati sulla scena.

Ironia della sorte, il progetto dei “Cavalieri del Carnevale” inizia in collaborazione con i fratelli Alfredo e Michele Pardini. Ma l’intesa con il futuro antagonista non è facile: così Tono rimane l’unico responsabile del carro – che si aggiudica, come abbiamo visto, il primo premio – mentre Alfredo Pardini firma “Lo spensierato”, un carro piccolo che, neanche a dirlo, vince nella sua categoria. Comincia così, in quel 1925, la sfida con l’amico e rivale Pardini. È un testa a testa emozionante che innesca una rivalità estremamente proficua per la manifestazione. I due sono il Coppi e il Bartali del Carnevale, sostenuti da opposte e agguerrite tifoserie. Un anno vince D’Arliano, il successivo tocca a Pardini. Più volte accade che la coppia si piazzi al vertice in posizione di perfetta parità con un verdetto ex-equo: succede nel 1926, nel 1937, nel 1940 e nel 1946. Il duello continua così – con rari inserimenti di “terzi incomodi” – fino al 1957, quando D’Arliano vince per l’ultima volta il primo premio, il tredicesimo. E non è un caso che anche Pardini abbia collezionato nella sua carriera, esattamente tredici primati fra i carri grandi.

Nel 1926 D’Arliano affronta un tema sportivo con “La corsa al premio”, gara tra un ronzino e un corridore ciclista; nel 1929 supera il rivale di sempre con un carnevalesco “Luna Park”, anche se “Un carro nel 2000”, l’Indiano di Alfredo Pardini (secondo classificato) era destinato a imprimere un segno duraturo nella storia della manifestazione. L’anno dopo Tono lascia tutti a bocca aperta con un carro dai colori cangianti, che passa da oro e rosso a rosa e verde, al segnale di un campanello: è “Carnevale prestigiatore”, trionfo di forma e cromatismo, che poi sono i contrassegni tipici dell’opera di D’Arliano. Il re del colore nel 1933 torna a vincere con “Carnevale sport”, un altro carro dedicato all’agonismo, sempre in chiave burlesca. Nel 1937 impressionano le dimensioni delle forme di “Pagliacciata”: dei clown in sella a cavalli che sembrano presi da una giostra mostrano una modellatura plastica e ammirevole,un carro che sembra uscito dal Paese dei Balocchi. Nel 1940 bellezze in bicicletta in “Scampagnata di sartine”, mentre nel 1946 è la volta di “Serenata al chiaro di luna”, firmato con Francesco Francesconi, seguito l’anno dopo da “Nel tempio di Bacco”: il dio del vino sta a cavalcioni di uno strano Nettuno, tutto intorno baldoria e ballerine.

Nel 1948 fiaba ed esotismo si intrecciano in “È arrivato il maraja”, mentre il primo premio del 1950 è catturato da “Una vedova allegra”. Si tratta di una costruzione nella quale l’impianto cromatico è determinante: le sfumature di oro della veste della figura centrale colpiscono profondamente il pubblico dell’epoca. Cinque anni dopo un altro classico destinato a rimanere: “Barbablù”. La figura centrale è contornata da sette mogli e la costruzione è memorabile per l’accuratezza e l’armonia dell’insieme. Sono in carri come questo che emergono i tratti tipici della produzione di D’Arliano: cura estrema per il colore e i particolari, le figure secondarie che attirano irresistibilmente l’occhio, tanta è la maestria della realizzazione. Restando sempre fedele alla sua ispirazione, D’Arliano popola le sue costruzioni di belle donne, fiori, pagliacci, animali, pesci e motivi esotici. Come “Cing Ciang mago d’Oriente”, che gli vale un altro primo premio, nel 1957.

Intanto si affaccia sulla scena del Carnevale una nuova leva di costruttori: i Baroni, gli Avanzini, i Galli. Tono continua a lavorare, a impastare la creta,a dipingere come lui solo sa i mascheroni. Ma la fatica è tanta e la soddisfazione, come dichiarerà in più di una intervista, poca. Lavorare al freddo nei baracconi è disagevole. Il rogo del 1960 dei vecchi capannoni di via Cairoli mette a dura prova il suo spirito. D’Arliano stringe i denti e continua ancora per qualche anno, prima di ritirarsi definitivamente dopo l’edizione del 1964, non senza una punta di amarezza. Si dedicherà alla pittura, continuando ad osservare le cose di Carnevale con un pizzico di disincanto ma ancora tanta passione. Muore il 5 settembre 1992.

1925 I tre cavalieri del Carnevale (primo premio)
1926 La corsa al premio (primo premio)
1927 Una scimmia presa in Carnevale (secondo premio)
1928 La corte di Karambambuck (secondo premio)
1929 Luna Park (primo premio)
1930 Carnevale prestigiatore (primo premio)
1931 Festa di sirene in onore del Carnevale (secondo premio)
1932 Carnevale in sogno (secondo premio)
1933 Carnevale sport (primo premio)
1935 Meraviglie sottomarine (secondo premio)
1937 Pagliacciata (primo premio)
1938 I gagà del cinema (secondo premio)
1939 Carnevale domatore (quarto premio)
1940 Scampagnata di sartine (primo premio)
1946 Serenata al chiaro di luna (primo premio)
1947 Nel tempio di Bacco (primo premio)
1948 È arrivato il Maraja (primo premio)
1949 Ondate d’amore (quarto premio)
1950 Una vedova allegra (primo premio)
1951 Circo Zim-Bum (quarto premio)
1952 Carnevale fantasmagorico (secondo premio)
1953 Ville Lumière (secondo premio)
1954 Allegra porcheria (ottavo premio)
1955 Barbablù (primo premio)
1956 La serva padrona (quinto premio)
1957 Cing Ciang mago d’Oriente (primo premio)
1958 Miss Universo (terzo premio)
1959 Carnevale in fiore (quarto premio)
1960 Europa di notte (secondo premio)
1961 Rodeo per signore (quinto premio)
1962 Fiesta a bordo (quarto premio)
1963 Fifa e arena (sesto premio)
1964 La casta azzurra (quinto premio)

di Umberto Guidi