Giuseppe “Beppe” Giannini (1893 – 1962)

Se l’appassionato di Carnevale alla ricerca di notizie sulla festa egli anni Venti o trenta può sfogliare oggi con profitto le raccolte di Viareggio in maschera, deve idealmente ringraziare Beppe (Giuseppe) Giannini, che nel 1921, anno centrale per il decollo della manifestazione viareggina, fondò la rivista ufficiale del Carnevale. Nato a Viareggio il 28 agosto 1893, Giannini fu uno dei giovanotti del 1921 che propiziarono il salto di qualità del Carnevale di Viareggio. Cattolico impegnato in politica fin da giovanissimo, a un congresso dell’Azione Cattolica del 1906 conosce lo studente universitario Giovanni Gronchi, futuro presidente della Repubblica. Nel 1917-18 fa parte della Lega democratica nazionale di don Romolo Murri, ed è redattore del giornale locale “La Realtà”. Nel 1919 passa la Partito Popolare. Dipendente delle ferrovie, è esponente del sindacato “bianco” vicino al PPI, ed è impegnato in numerose attività di beneficenza e solidarietà sociale. Nel 1921 è fra i promotori del “nuovo Carnevale”: fonda la rivista “Viareggio in Maschera”, della quale cura personalmente numerose edizioni; doveva rimanere, sostenne a più riprese, una memoria di una manifestazione così importante.
A Beppe Giannini si deve anche la stesura del primo regolamento che stabilisce le modalità della sfilata dei carri sul viale a mare. In questi anni Venti è segretario del comitato organizzatore del Carnevale e, pur non essendo iscritto al fascio, mantiene questa carica (insieme a quella di segretario del Dopolavoro ferroviario) fino al 1929. Al fianco di Sargentini si occupa dell’organizzazione del concorso di bellezza “Reginetta del Tirreno”, dei festeggiamenti per l’arrivo a Viareggio del principe dello Yemen, della rappresentazione all’aperto dell’Aida diretta da Pietro Mascagni. È collaboratore di vari giornali: il quotidiano “Il Telegrafo”, il settimanale “Il Tirreno”, il settimanale “Il Popolo”. Nel 1937, nel 1940 e nel 1946 è nuovamente segretario generale del Comitato Carnevale.
Durante la guerra è fra quanto si impegnano in clandestinità per costruire a Viareggio una sezione della futura Democrazia Cristiana: entra a far parte, per i cattolici, del Comitato di Liberazione Nazionale. La figlia Lida Maria Teresa Giannini racconta che alle riunioni nella casa di via Leonardo Da Vinci, nell’immediato dopoguerra, parteciparono personaggi come Gronchi e De Gasperi. Nella fase della ricostruzione è eletto consigliere comunale per la DC e vice-segretario della sezione viareggina del partito. Nel 1945 come segretario e cassiere della Pro Viareggio riesce a organizzare, con altri, lo sminamento della spiaggia per consentire la ripresa dell’attività balneare. Responsabile del giornale elettorale “L’Appello”, fino al 1956 è vice-presidente della Misericordia. Da quell’anno cessa ogni attività, per motivi di salute. Muore il 24 ottobre 1962.
Beppe Giannini è stato, se vogliamo, uno dei primi storici del Carnevale. Non solo perché ha voluto fissare nomi e informazioni nella rivista che da quel 1921 è uscita con regolarità, ma anche per la precisione con la quale, nella sua attività giornalistica, ha voluto puntualizzare aspetti salienti del Carnevale. Per esempio, già nel 1933, pubblicando a puntate, su “Il Telegrafo” una “Storia del nostro Carnevale” o animando dibattiti sulla stampa. Nel 1958 su “La Nazione” si discute sull’opportunità di celebrare, nel 1959, i primi cinquant’anni del Carnevale, che qualcuno – chissà perché – vuol far iniziare dal 1909. Giannini è contrario. Le date possibili, spiega, sono altre. C’è il 1873, ma soprattutto il 1921, anno secondo lui ben più significativo per la storia della manifestazione.
Ecco un ricordo della figlia: «Costruì anche L’Orlando Furioso, un piccolo carro del 1912. Era un uomo molto attivo. Partecipava ai veglioni e alle mascherate. Era brioso e pieno di voglia di fare, intelligente e di buona istruzione, animato da una forte tensione morale. Per due anni fu distaccato da Viareggio e assegnato alle stazioni ferroviarie di Chiusi e di Sesto fiorentino perché pare avesse redarguito una signora che si era presentata alla stazione con un vestito troppo scollato. Quando, malato, era agli estremi ci disse: “Pregate per la mia buona morte. Voglio tanta gente e tanti sacerdoti al mio funerale, ma chi non vuole entrare in chiesa non venga”».
Una altro figlio ricorda: «Mio padre era per D’Arliano, anche se non lo confessava. Diceva che Antonio era l’artista, mentre Pardini era il tecnico, quello del movimento. Lui teneva per l’artista. Viaggiava molto e ovunque andasse non dimenticava di propagandare la nostra manifestazione. Un anno girò in lungo e in largo con alcuni amici l’Italia meridionale. Avevano un camioncino con l’altoparlante e facevano pubblicità al Carnevale».
Il suo lascito più concreto è la rivista, ossatura della memoria carnevalesca, che per alcuni anni, nel periodo precedente alla guerra è uscita addirittura in due edizioni: una che propagandava le sfilate, riportando i bozzetti delle costruzioni, e l’altra, con la fotocronaca dei carri, che si aggiungeva in seguito. Rivista che alla fine degli anni Cinquanta rischiò di diventare di proprietà della tipografia allora incaricata di stamparla. Fu il presidente del Comitato Carnevale, Federigo Gemignani che, intrapresa un’azione legale, riuscì a riportarne il controllo al Comitato nel 1960-61.

di Umberto Guidi